Avvocato Fabio Scatamacchia
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Avvocato Fabio Scatamacchia Via XX Settembre n. 98/G 00187 - Roma

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Le sentenze di questa pagina.  Diritto civile  -  Diritto di famiglia - Diritto fallimentare 
Diritto civile e condominio
- Polizza fideiussoria e fideiussione Sentenza n. 3947/2011
 
-  Requisiti per la fallibilità, onere prova, Sentenza cassazione 13086/2010 
Conto corrente, anatocismo e prescrizione. Cassazione a SS.UU sentenza n. 24418/10 - Cass. 5749/11
- Preliminare immobile da costruire, inadempimento Cass. 5749/11
Vendita di aliud pro alio - Cassazione 10917/2011  -  Fideiussione e polizze fideiussorie,  cass. 4446/08 
Le spese del precetto successive al titolo, Cass. 13482/11 
Negotium mixtum cum donatione, contratti atipici, contratti misti, cassazione sentenza n. 23215/2010 
Cassazione sentenza 21838/2010, la formula entro e non oltre  
Corte di Cassazione Sentenza n. 20806/201, L'invio della notula spese non determina la messa in mora del cliente 
Divieto di patti successori - Cass. 24450/2009 
Conclusione contratto anche per telefono, Cass. 12.7.2011 n. 15293 
Patto commissorio, testamento, interpretazione
- Divieto della fideiussione omnibus  anche per le garanzie personali atipiche: Cass. n. 1520/2010 (lettera di patronage)
- Obbligazioni di valuta Cassazione, Sez. Un., 16 luglio 2008, n. 19499
- Scritture contabili e prova. Cassazione, sentenza n. 105/2011
Cass. sentenza n. 5207/2011 - Preliminare di bene indiviso 
Condomino e riscaldamento Corte di Cassazione
Sentenza n. 19893/ 2011 - Uso centralizzato riscaldamento
- Preliminare di vendita e consegna bene, cassazione n. 20315/2011
- Cassazione n. 20965/2011, Vendita con patto di riscatto e patto commissorio 
Cassazione n.  10153/2011 - L'amministratore che vanta  un credito verso il condominio deve provare le singole partite 
Cassazione n. 5271/2011. Interdetta l’azione di spoglio per possesso da contratto preliminare 
Cassazione n. 24442/2011, Impugnazione del capo dell’addebito della separazione, passaggio in giudicato domanda separazione 
Compossesso ed usucapione, Cassazione 17462/2009
-  Cassazione 3463/2010: la liquidazione della parcella dell'avvocato
- Cassazione n. 28481/2011, Risoluzione, esecuzione specifica, recesso.
- Opere nel cortile comune, Cassazione n. 2243/2012
- Comodato da suocero a sposi, Cassazione n. 2103/2012
- Danni per lavori condominiali, cassazione 2363/2012
- Recesso e risoluzione contratto: cassazione n. 3474/2012
- Certificato di abitabilità solo su parte di immobile venduto: riduzione del prezzo: cassazione 6521/2012
- Consegna di vettura a portiere albergo - Contratto di deposito - Cassazione n. 6048/2010
- Divieto di patto commissorio - Cassazione n. 1674/2012
- Interpretazione contratti, Cassazione 18469/2012
- Solidarietà e art. 1304 c.c. - Cassazione n. 25553/2011
- Beni condominiali e sottotetto, uso, criteri: cassazione n. 23448/2012
- Contratto di locazione stipulato da comproprietario, l'interpretazione della Cassaazione a sezioni unite, sentenza n. 11135/2012
- Prescrizione in materia di danno, decorrenza, cassazione n. 15995/2011
-  Accordi prematrimoniali, Corte di Cassazione sentenza n. 23713/2012
- Contratti misti, cassazione sentenza n. 22829/2012
- Cessione di credito derivante da risarcimento, cassazione n. 51/2012
- Amministrazione di beni, non iscrizione ad albo, solo pagamento in via equitativa, Cassazione sentenza 9741/2013
- Cassazione sentenza n. 16050/2013, novazione
- Compravendita, denuncia vizi, cassazione n. 12384/2013
- Tentativo di conciliazione e prescrizione, cassazione n. 16452/13
Titoli di credito e promessa di pagamento, cassazione n. 15508/2011
- Locazione, indennità avviamento, pagamento canone, cassazione n. 15876/2013
- Ipoteca non dichiarata, risoluzione compromesso di vendita, cassazione n. 13208/13
- La prescrizione nella compravendita, cassazione n.  19702/12
- Azione revocatoria, atti anteriori o posteriori al sorgere del credito, Cassazione sentenza n. 13446/2013
- La casa familiare in comodato, ordinanza di rimessione alle sezioni unite, cassazione n. 15113/12
- Reato, querela non proposta, prescrizione danno, Cassazione civile n. 15883/11
  • - Banca, interessi e deposito estratti conto, cassazione n. 18541/2013
  • - Nel condominio il referente è l'amministratore, cassazione sentenza n. 3636/14
  • - Corte di Cassazione, sentenza n. 22634/13 Addebito di spese al condomino di spese non pertinenti, delibera nulla.
    - Cessione contratto locazione e indennità, cassazione 4067/2014
  • Diritto di famiglia
    - Per la domanda di divorzio congiunto è necessaria la difesa del legale, Cassazione n. 26365/11
    - Cass. sentenza n. 9084/2011, Addebito separazione e infedeltà reciproca
    - Invalidi patti tra coniugi in sede di separazione con cui si determinano le condizioni del divorzio, cassazione 1084/2012
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    bullet Società di fatto tra coniugi: estensione fallimento, Cassazione n.  16829/13
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    Diritto civile
    Polizza fideiussoria e fideiussione. Le Sezioni Unite, pronunciandosi sulla natura delle polizze fideiussorie prestate a garanzia delle obbligazioni assunte dall’appaltatore, hanno ritenuto che l’inserimento nel contratto di una clausola “a prima richiesta e senza eccezioni” valga di per sé a qualificare il negozio come contratto autonomo di garanzia e che, in tal caso, non si applichi la norma di cui all’art. 1957 c.c. sull’onere del creditore garantito di far valere tempestivamente le sue ragioni nei confronti del debitore principale. Sentenza n. 3947 del 18 febbraio 2011
    Requisiti per la fallibilità, onere prova - Sentenza cassazione 13086/2010.
    E' onere del creditore provare il proprio credito e la qualità di imprenditore del debitore. Quest'ultimo deve provare, per non fallire, il superamento congiunto delle soglie dimensionali prescritte dall'art. 1 della legge fallimentare.  Il Tribunale può assumere informazioni urgenti utili al completamento del bagaglio istruttorio e non esclusivamente strumentali alla sola adozione di eventuale misura cautelare ai sensi dell'art. 15, comma 4 in coerenza con la natura del procedimento, che, come affermato in dottrina, essendo espressione di giurisdizione oggettiva in quanto incide su diritti soggettivi consacrandone il potere dispositivo delle parti ma nel contempo tutela interessi di carattere generale, ha attenuato, ma senza eliminarlo, il suo precipuo carattere inquisitorio.
    Conto corrente, anatocismo e prescrizione. Cassazione a SS.UU sentenza n. 24418/10. Principio di diritto: «Ne consegue che il primo motivo del ricorso principale va rigettato alla luce del seguente principio di diritto: "Se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati". 4. La questione se, accertata la nullità dell'anzidetta clausola di capitalizzazione trimestrale, gi interessi debbano essere computati con capitalizzazione annuale o senza capitalizzazione alcuna forma oggetto, come già detto, del secondo motivo di ricorso». Principio di diritto: «Il rigetto del secondo motivo del ricorso principale può essere dunque accompagnato dall'enunciazione del seguente principio di diritto:  "L'interpretazione data dal giudice di merito all'art. 7 del contratto di conto corrente bancario, stipulato dalle parti in epoca anteriore al 22 aprile 2000, secondo la quale la previsione di capitalizzazione annuale degli interessi contemplata dal comma 1, di detto articolo si riferisce ai soli interessi maturati a credito del correntista, essendo invece la capitalizzazione degli interessi a debito prevista dal comma successivo su base trimestrale, è conforme ai criteri legali d'interpretazione del contratto ed, in particolare, a quello che prescrive l'interpretazione sistematica delle clausole; con la conseguenza che, dichiarata la nullità della surriferita previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall'art. 1283 c.c., (il quale osterebbe anche ad un'eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna"».
    Cass. 5749/11 - Preliminare immobile da costruire, inadempimento  La Corte, intervenendo per la prima volta sulla normativa di tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire, introdotta dal d.lgs n. 122 del 2005, ha ritenuto che tale regime giuridico di protezione non si applichi ai contratti preliminari di immobili esistenti solo sulla carta ma esclusivamente a quelli per i quali sia stato già richiesto il permesso di costruire, secondo la definizione contenuta nell’art. 1 lettera d) del decreto con la conseguenza che i preliminari sopra indicati sono da ritenersi validi.
     
    Vendita di aliud pro alio - Cassazione 10917/2011: «..........è conforme ai principi affermati da questa Corte per i quali si ha consegna di "aliud pro alio" che dà luogo all'azione contrattuale di risoluzione o di adempimento ex art. 1453 cod. civ., svincolata dai termini di decadenza e prescrizione previsti dall'art. 1495 cod. civ., solo se il bene venduto sia completamente diverso da quello pattuito, in quanto appartenendo ad un genere diverso, si riveli funzionalmente del tutto inidoneo ad assolvere la destinazione economico-sociale della res venduta e, quindi, a fornire l'utilità richiesta (Cass. 25/9/2002 n. 13295)».

     

    Fideiussione e polizze fideiussorie
    SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
    SEZIONE II CIVILE
    Sentenza 21 febbraio 2008, n. 4446
    OMISSIS
    «Ciò posto va rilevato che con il primo motivo di ricorso il C. denuncia violazione dell'art. 2952 c.c., sostenendo che la corte di appello ha errato nel rigettare l'eccezione di prescrizione che esso ricorrente aveva sollevato sul rilievo che il ricorso per decreto ingiuntivo era stato proposto dalla Compagnia di assicurazione ben oltre il termine di un anno previsto dall'art. 2952 c.c., comma 2. Ad avviso del ricorrente il rapporto in questione è intervenuto solo tra esso C. (debitore principale) e la Milano Assicurazioni restandone estraneo il creditore garantito il che impedisce ogni assimilazione di detto rapporto alla fideiussione imponendo di ricondurre tale rapporto all'assicurazione per conto altrui (art. 1891 c.c).
    Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 1362, 1363, 1957 c.c., e vizi di motivazione sostenendo che la corte di appello ha errato nell'affermare che con la polizza in questione sarebbe stato "garantito il completo adempimento degli obblighi assunti nella procedura di concessione edilizia" per cui l'azione del creditore non sarebbe stata soggetta ad alcun termine di decadenza.
    Ad avviso del ricorrente la corte milanese non ha indicato la clausola della polizza posta a base della detta affermazione nè ha chiarito perchè, se la garanzia avesse avuto il riportato oggetto, dovrebbe escludersi l'applicabilità dell'art. 1957 c.c.. Inoltre la corte di merito ha letto ed interpretato in modo distorto le clausole della polizza la quale non garantiva "gli obblighi assunti nella procedura di concessione edilizia" ma solo il pagamento a certe precise date delle rate degli oneri di urbanizzazione senza contenere alcuna clausola derogativa dell'art. 1957 c.c., ammissibile nei rapporti tra fideiussore e creditore garantito e non tra fideiussore e debitore principale. Infine nelle polizze fideiussorie la clausola che stabilisce l'efficacia della stessa fino al momento della liberazione del contraente dai suoi obblighi si spiega e giustifica non come deroga all'art. 1957 c.c., ma in funzione del pagamento da parte del contraente del premio di entità collegata alla durata del rapporto.
    Con il terzo motivo il C. denuncia violazione degli artt. 1322, 1362, 1936, 1945, 1952, 1462, 1469 bis c.c., art. 1469 quinquies c.c., e art. 1957 c.c., art. 112 c.p.c., e vizi di motivazione. Deduce il ricorrente che al contrario di quanto affermato dalla corte di appello - l'assicurazione fideiussoria in questione non configura un negozio autonomo sganciato dalla obbligazione garantita per cui al rapporto in esame sono applicabili gli artt. 1945 e 1957 c.c., Pertanto sono da ritenere inammissibili ed illegittime le clausole comportanti l'autonomia dell'obbligo del debitore rispetto all'obbligo del garante. Di conseguenza nulla poteva vantare la Milano Assicurazioni nei confronti di esso C. nè a titolo di regresso ex art. 1950 c.c., nè a titolo di surrogazione ex art. 1949 c.c.. Del tutto irrilevante, per ritenere il contrario, sono le clausole 5 e 6 della polizza alle quali si è richiamata la corte di appello. Infatti per potersi avere un contratto autonomo di garanzia non è sufficiente una clausola di pagamento a prima richiesta occorrendo altri indici che attestino la volontà delle parti di rendere l'obbligazione di garanzia autonoma rispetto alla obbligazione garantita ed insensibile alle vicende di questa. Nella specie mancano i detti indici per cui alla polizza in questione sono applicabili le regole di una normale fideiussione e, in particolare, i principi di cui agli artt. 1952, 1945 e 1957 c.c..
    In ogni caso le citate clausole 5 e 6, ove interpretate nel senso asserito dalla corte di merito, sarebbero inefficaci o nulle in virtù dei principi di cui agli artt. 1462 e 1469 quinquies c.c., ignorati dalla corte di appello.
    La Corte rileva l'infondatezza delle dette censure che possono essere esaminate congiuntamente per la loro stretta connessione ed interdipendenza riguardando, sia pur in parte sotto profili diversi, le stesse questioni o questioni collegate da un evidente nesso logico.
    Va innanzitutto rilevato che questa Corte in tema di polizze fideiussorie ha avuto modo di affermare i seguenti principi:
    - al contratto cosiddetto di assicurazione fideiussoria (o cauzione fideiussoria o assicurazione cauzionale), caratterizzato dall'assunzione di un impegno, da parte di una banca o di una compagnia di assicurazioni, di pagare un determinato importo al beneficiario, onde garantirlo nel caso di inadempimento della prestazione a lui dovuta da un terzo, sono applicabili le disposizioni della fideiussione, salvo che sia stato diversamente disposto dalle parti. La clausola con la quale venga espressamente prevista la possibilità, per il creditore garantito, di esigere dal garante il pagamento immediato del eredito "a semplice richiesta" o "senza eccezioni" riveste carattere derogatorio rispetto alla disciplina della fideiussione. Siffatta clausola, risultando incompatibile con detta disciplina, comporta l'inapplicabilità delle tipiche eccezioni fideiussorie, quali, ad esempio, quelle fondate sugli artt. 1956 e 1957 c.c., consentendo l'applicabilità delle sole eccezioni relative al rapporto garante / beneficiario (sentenza 1/6/2004 n. 10486);
    - in tema di garanzia personale, la cosiddetta assicurazione fideiussoria o cauzione fideiussoria o assicurazione cauzionale, è una figura intermedia tra il versamento cauzionale e la fideiussione ed è caratterizzata dall'assunzione dell'impegno, da parte di unabanca o di una compagnia di assicurazioni, di pagare un determinato importo al beneficiario, onde garantirlo in caso di i-nadempimento della prestazione a lui dovuta dal terzo. Poichè infatti le norme contenenti la disciplina legale tipica della fideiussione sono applicabili se non sono espressamente derogate dalle parti, portata derogatoria deve riconoscersi alla clausola - legittima in virtù del principio di autonomia negoziale - con cui le parti abbiano previsto la possibilità per il creditore garantito di esigere dal garante il pagamento immediato del credito "a semplice richiesta¯ o ®senza eccezioni", in quanto preclude al garante l'opponibilità al beneficiario delle eccezioni altrimenti spettanti al debitore principale ai sensi dell'art. 1945 c.c.. Siffatta clausola, risultando incompatibile con la disciplina della fideiussione, comporta l'inapplicabilità delle tipiche eccezioni fideiussorie, quali, ad esempio, quelle fondate sugli artt. 1956 e 1957 c.c., consentendo l'applicabilità delle sole eccezioni relative al rapporto garante / beneficiario (tra le ultime sentenza 14/2/2007 n. 3257 );
    - la cosiddetta assicurazione fideiussoria costituisce una figura contrattuale intermedia tra il versamento cauzionale e la fideiussione ed è contraddistinta dall'assunzione dell'impegno, da parte (di una banca o) di una compagnia di assicurazione, di pagare un determinato importo al beneficiario, onde garantirlo nel caso di inadempimento della prestazione a lui dovuta dal contraente. E', poi, caratterizzata, dalla stessa funzione di garanzia del contratto di fideiussione, per cui è ad essa applicabile la disciplina legale tipica di questo contratto, ove non derogata dalle parti ( tra le tante, sentenza 18/5/2001 n. 6823);
    - nella ipotesi in cui la durata di una fideiussione sia correlata non alla scadenza della obbligazione principale ma al suo integrale adempimento, l'azione del creditore nei confronti del fideiussore non è soggetta al termine di decadenza previsto dall'art. 1957 c.c., (sentenze 27/11/2002 n. 16758; 19/7/1996 n. 6520; 24/3/1994 n. 2827);
    - la clausola con la quale il fideiussore si impegni a soddisfare il creditore a semplice richiesta del medesimo configura una valida espressione di autonomia negoziale e da vita ad un contratto atipico di garanzia, che pur derogando al principio dell'accessorietà, non fa venir meno la connessione tra rapporto fideiussorio e quello principale (sentenza 12/1/2007 n. 412).
    La sentenza impugnata è conforme ai riportati principi giurisprudenziali. Come riportato nella parte narrativa che precede la corte di merito ha proceduto ad una attenta analisi del contenuto del contratto stipulato dalle parti intestato "polizza fideiussoria cauzioni a garanzia degli obblighi e degli oneri di cui alle concessioni edilizie", ossia a garanzia del pagamento da parte del C. degli oneri di urbanizzazione determinati nella convenzione urbanistica stipulata con il Comune di .......
    All'esito di tale indagine la corte di appello ha posto in evidenza:
    - che dal testo del contratto e dalla stessa sua intestazione emergeva in modo evidente che il rapporto "ivi disciplinato" doveva essere ricondotto allo schema della fideiussione per cui andava rigettata l'eccezione di prescrizione sollevata dal C. a norma dell'art. 2952 c.c., applicabile al contratto di assicurazione diverso da quello in esame;
    - che con la polizza - secondo quanto in essa riportato - era stato garantito "il completo adempimento degli obblighi assunti nella procedura di concessione edilizia" con conseguente esclusione della operatività dell'art. 1957 c.c., non essendo l'azione del creditore soggetta ad alcun termine di decadenza;
    - che, in base a quanto espressamente previsto dalle parti nell'art. 5, della polizza, la compagnia di assicurazioni aveva assunto l'impegno di pagare l'importo dovuto dal C. al Comune di ...... "immediatamente (entro trenta giorni dalla richiesta) senza preventiva escussione dei contraente, il quale nulla potrà eccepire alla società in merito al pagamento";
    - che le parti alla clausola n. 6 della polizza avevano escluso la possibilità per il C. di opporre eccezioni in sede di rivalsa "compresa quella di cui all'art. 1952 c.c.".
    Il giudice di secondo grado è pervenuto alle dette conclusioni alla stregua di una puntuale esegesi delle clausole contrattuali volta ad accertare la volontà manifestata dalle parti con la stipulazione della polizza fideiussoria.
    La ricostruzione da parte della corte territoriale del rapporto contrattuale tra le parti da ricondurre nell'ambito della fideiussione è stata effettuata con un corretto procedimento logico - argomentativo esente da vizi logici e da errori di diritto ed individuando - quali fattori determinanti della propria ricostruzione - l'intestazione della polizza ed il suo contenuto con particolare riferimento a quanto espressamente previsto e disciplinato dalle parti alle clausole di cui agli artt. 5 e 6.
    Con motivazione incensurabile in questa sede di legittimità la corte di merito ha interpretato le dette clausole contrattuali - con valutazione insindacabile - come incompatibili con il riconoscimento della società garante della facoltà di opporre al creditore le eccezioni relative al rapporto principale e spettanti al debitore principale.
    Va al riguardo rilevato che le censure mosse dal ricorrente - oltre a contestare infondatamente le premesse in diritto poste a base della sentenza impugnata - si risolvono nella pretesa di contrastare il risultato dell'attività svolta dalla corte di appello relativa all'interpretazione del contenuto della polizza fideiussoria in questione ed all'individuazione dei diritti e degli obblighi derivanti per i contraenti da tale polizza.
    Al riguardo è sufficiente il richiamo al principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità secondo cui l'interpretazione degli atti di autonomia privata si traduce in una indagine di fatto affidata al giudice del merito cui spetta di valutare il contenuto del contratto al fine di individuarne l'oggetto: il risultato di tale indagine è incensurabile in cassazione se sorretto da motivazione sufficiente ed immune da vizi logici o da errori di diritto e sia il frutto di un'interpretazione condotta nel rispetto delle norme di ermeneutica contrattuale di cui all'art. 1362 c.c., e segg., L'identificazione della volontà contrattuale - che, avendo ad oggetto una realtà fenomenica ed obiettiva, concreta un accertamento di fatto istituzionalmente riservato al giudice di merito - è censurabile non già quando le ragioni poste a sostegno della decisione siano diverse da quelle della parte, bensì quando siano insufficienti o inficiate da contraddittorietà logica o giuridica.
    Pertanto in questa sede di legittimità la censura dell'interpretazione data dai giudici di merito al contratto ed alle clausole che lo compongono, può essere formulata sotto due distinte angolazioni: denunciando l'errore di diritto sostanziale per non essere state rispettate le regole di ermeneutica dettate dagli art. 1362 c.c., e segg.; ovvero investendo la coerenza formale del ragionamento attraverso il quale la sentenza impugnata è pervenuta a ricostruire la comune intenzione delle parti.
    Questa Corte ha anche più volte precisato che nell'ipotesi in cui il ricorrente lamenti espressamente la violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c., e segg., egli ha l'onere di indicare, in modo specifico, i criteri in concreto non osservati dal giudice di merito e, soprattutto, il modo in cui questi si sia da essi discostato, non essendo, all'uopo, sufficiente una semplice critica della decisione sfavorevole, formulata attraverso la mera prospettazione di una diversa (e più favorevole) inter-pretazione rispetto a quella adottata dal giudicante.
    Nella specie il giudice di secondo grado ha proceduto all'interpretazione della polizza in questione e delle relative clausole - con riferimento principalmente a quelle di cui agli artt. 5 e 6 - ed alla valutazione del significato letterale e logico di quanto pattuito in tali clausole. La corte di merito è quindi pervenuta alle conclusioni sopra riportate.
    Nel caso in esame la corte territoriale - con incensurabile indagine ih fatto condotta attraverso gli elementi desumibili dall'atto negoziale - ha svolto coeretitemente il compito di accertare il contenuto della convenzione pervenendo quindi alle conclusioni sopra riportate. La corte milanese ha indicato minuziosamente le ragioni poste a base della decisione adottata.
    Le argomentazioni in proposito svolte nella sentenza impugnata sono esaurienti, logicamente connesse tra di loro e tali da consentire il controllo del processo intellettivo che ha condotto alla indicata conclusione.
    Il procedimento logico - giuridico sviluppato nell'impugnata decisione è ineccepibile, in quanto coerente e razionale, ed il giudizio di fatto in cui si è concretato il risultato dell'interpretazione del contenuto del contratto è fondato su un'indagine condotta nel rispetto dei comuni canoni di ermeneutica e sorretto da motivazione, adeguata e corretta, immune dai vizi genericamente denunciati.
    Nella sentenza impugnata sono evidenziati i punti salienti della decisione e risulta chiaramente individuabile la "ratio decidendi" adottata. A fronte delle coerenti argomentazioni poste a base della conclusione cui è pervenuto il giudice di appello, è evidente che le censure in proposito mosse dal ricorrente devono ritenersi rivolte non alla base del convincimento del giudice, ma, inammissibilmente, al convincimento stesso e, cioè, all'interpretazione del contratto e delle clausole contrattuali in modo difforme da quello auspicato: il C. contrappone all'interpretazione del contratto ritenuta dalla corte di merito la sua diversa interpretazione.
    In definitiva è da ritenere corretta l'operazione ermeneutica compiuta dalla corte territoriale la quale non è incorsa nella denunciata violazione dei criteri interpretativi di cui agli artt. 1362 e 1363 c.c., non avendo trascurato di esaminare il senso letterale delle parole usate dai contraenti, nè di indagare sulla loro comune intenzione, nè tanto meno di ricercare il significato risultante alla connessione delle clausole. Pertanto, anche se il ricorrente lamenta la violazione delle citate norme codicistiche, svolgendo al riguardo generiche argomentazioni, la rilevata coerente applicazione dei canoni interpretativi da parte della corte di appello, rende manifesto che è stato investito essenzialmente il "risultato" interpretativo raggiunto, il che è inammissibile in questa sede.
    Va infine segnalato che non è meritevole di accoglimento la censura sviluppata nella parte terminale del terzo motivo di ricorso con la quale il C. sostiene che, in ogni caso, le citate clausole 5 e 6, ove interpretate nel senso asserito dalla corte di merito, sarebbero inefficaci o mille in virtù dei principi di cui all'art. 1462 c.c., e art. 1469 quinquies c.c., ignorati dalla corte di appello.
    In relazione al richiamo all'art. 1462 c.c., va evidenziato che, come questa Corte ha avuto modo di precisare - la ed. clausola di "solve et repete" inserita in un contratto di fideiussione, con formule del tipo "senza riserva alcuna" ovvero "dietro semplice richiesta" - è pienamente valida, in quanto costituisce una manifestazione di autonomia contrattuale e non altera i connotati tipici del contratto (sentenze 12/1/2007 n. 412; 6/10/2005 n. 19484; 25/2/2002 n. 2742; 29/3/1996 n. 2909). L'esclusione per il garante di poter opporre al creditore principale eccezioni che attengono alla validità del contratto da cui deriva l'obbligazione principale non comprende il divieto di sollevare eccezioni che attengano alla validità dello stesso contratto di garanzia: la menzionata clausola riguarda l'obbligazione del garante con il creditore e non quella oggetto della garanzia e nella specie non sono state indicati vizi tali da implicare la nullità della polizza fideiussoria in questione.
    Inoltre il fenomeno per cui la stessa situazione viziante determina la nullità del contratto di base e quello di garanzia è ravvisabile solo nel caso 4 (non sussistente nella specie) in cui il primo è nullo per contrarietà a norme imperative od illiceità della causa.
    Per quanto poi riguarda il riferimento all'art. 1469 bis c.c., e segg., è sufficiente il richiamo al principio più volte affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui le disposizioni dettate dai citati articoli, introdotte a tutela del consumatore dalla L. 6 febbraio 1996, n. 52, non hanno effetto retroattivo e non si applicano ai negozi conclusi, come quello di specie, in epoca antecedente alla loro entrata in vigore (sentenze 2/2/2006 n. 2277; 17/372003 11200; 17/7/2002 n. 10398; 17/6/2002 n. 8697).
    Va peraltro aggiunto che la corte di merito ha anche segnalato che il C. aveva richiamato la L. n. 52 del 1996 "senza neppure allegare o illustrare la ricorrenza dei presupposti, anche soggettivi e temporali, per la sua applicazione".
    Il C. con il motivo di ricorso in esame non ha fornito alcun chiarimento al fine di colmare la detta carenza posta in evidenza nella sentenza impugnata.
    Il ricorso deve pertanto essere rigettato con la conseguente condanna del C. al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate nella misura indicata in dispositivo in favore dei resistenti.
    P.Q.M.
    La Corte:
    Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione che liquida, in favore della s.p.a. .................i in complessivi Euro 100,00, oltre Euro 1.500,00, a titolo di onorari ed oltre accessori come per legge e, in favore del Comune di............, in complessivi Euro 100,00, oltre Euro 1.500,00, a titolo di onorari ed oltre accessori come per legge.
    Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2007.
    Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2008».

    Le spese del precetto successive al titolo, Cass. 13482/11: « .... 6.1.5. comunque, bene può il creditore prospettare nel "deconto" - che è certamente cosa diversa dal precetto - anche attività future e meramente eventuali, che si rendessero necessarie in relazione alla condotta del debitore, salvo poi a non esigerle ove, in dipendenza di quest'ultima, si rendessero superflue; 6.1.6. anche nel precetto, d'altro canto, possono ammettersi spese o competenze per attività non ancora espletate, purchè normalmente riconducibili allo sviluppo procedimentale, a condizione poi che esse siano effettivamente poste in essere e potendo contestare l'intimato la loro debenza appunto con la prospettazione del loro mancato espletamento;»

     

    Negotium mixtum cum donatione, contratti atipici, contratti misti, cassazione sentenza n. 23215/2010: Il «“negotium mixtum cum donatione” che, per giurisprudenza ormai pressoché costante di questa Corte (Cass. 29 ottobre 1975, n. 3661; Cass. 28 novembre 1988, n. 6411; Cass. 10 febbraio 1997, n. 1214; Cass. 29 marzo 2001, n. 4623; Cass. 7 giugno 2006, n. 13337; Cass., Sez., un., 12 giugno 2006, n. 13524, in motivazione; Cass. 2 settembre 2009, n. 19099), a cui il collegio aderisce, non è riconducibile alla figura del contratto misto (ovvero di un contratto innominato ottenuto combinando due schemi negoziali tipici, a cui si applica la disciplina normativa del negozio prevalente), quanto, invece, al c.d. negozio indiretto, la cui principale caratteristica risiede nella utilizzazione di un negozio tipico in vista della realizzazione di uno scopo ulteriore o diverso rispetto a quello del negozio realmente posto in essere. In effetti, il “negotium mixtum cum donatione” (come ritenuto anche dalla prevalente dottrina) si qualifica come un contratto mediante il quale le parti volutamente stabiliscono un corrispettivo di gran lunga inferiore a quello che sarebbe dovuto .....omissis............... con l’intento .........omissis.......................... di arricchire .........omissis.................... la parte acquirente per quella parte eccedente il corrispettivo pattuito: in tal senso, ci si trova in presenza di una situazione giuridica particolare, connotata dal fatto che le parti adottano lo schema tipico di un contratto oneroso con l’ulteriore intento a far conseguire ad una di esse un arricchimento a titolo gratuito, in modo tale da piegare la causa tipica del contratto stipulato alla realizzazione di una finalità di liberalità».

     
    Cassazione sentenza 21838/2010, la formula entro e non oltre: «La giurisprudenza di legittimità dominante, richiamata nella sentenza che qui si annota, ritiene che “il termine per l’adempimento può essere ritenuto essenziale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1457 c.c., solo quando, all’esito di indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, da condursi alla stregua delle espressioni adoperate dai contraenti e, soprattutto, della natura e dell’oggetto del contratto, risulti inequivocabilmente la volontà delle parti di ritenere perduta l’utilità economica del contratto con l’inutile decorso del termine medesimo”.
    Tale volontà, continuano gli ermellini, “non può desumersi solo dall’uso dell’espressione “entro e non oltre” quando non risulti dall’oggetto del negozio o da specifiche indicazioni delle parti che queste hanno inteso considerare perduta l’utilità prefissasi nel caso di conclusione del negozio stesso oltre la data considerata”».

    Corte di Cassazione - Sentenza , n. 20806/2011 - L'invio della notula spese non determina la messa in mora del cliente. «…sebbene la mora non presupponga necessariamente la liquidità del credito - non essendo stato riprodotto, nella sua assolutezza, nel nostro ordinamento il principio, tipico del diritto romano, secondo il quale “in illiquidis non fit mora” -, è pur sempre necessario, affinché sia configurabile colpevole ritardo nel pagamento del debito, che sussista una sufficiente certezza del suo ammontare: ne consegue che, quando la determinazione dell’esatto valore di un’obbligazione pecuniaria sia rimessa al giudice, in termini di controllo della quantificazione unilateralmente effettuata dal creditore, la costituzione in mora può aversi, di regola, solo con la domanda giudiziale, con l’atto cioè che rende attuale l’esercizio di quel potere da parte del medesimo giudice (cfr Cass. 4561/1993).  14/c - Posti tali principi generali, va allora affermato che nel caso di un giudizio avente ad oggetto la determinazione del credito per prestazioni professionali, nell’ambito del quale al giudice, in presenza di una contestazione non meramente pretestuosa del cliente, si chiede di determinare non solo se la pretesa del difensore si sia mantenuta entro i limiti della tariffa ma anche se la medesima sia “congrua”, appare confermata l’essenzialità (in termini di delimitazione del quantum debeatur) di tale liquidazione giudiziale, essendo demandato al giudice di valutare la rilevanza della materia controversa al fine di determinare lo “scaglione” tariffario applicabile e, nell’ambito di un minimo ed un massimo, dare rilevanza - con provvedimento discrezionale (eppertanto insindacabile se sorretto da corretta e congrua motivazione) - ad elementi non obiettivamente ponderabili al momento della spedizione della parcella, quali l’importanza dei risultati conseguiti, il pregio dell’opera professionale e le difficoltà incontrate nell’espletamento dell’incarico».

    Divieto di patti successori - Cass. 24450/2009: «7.2. - Sono patti successori, da un lato, le convenzioni aventi per oggetto una vera istituzione di erede rivestita della forma contrattuale e, dall’altro, quelle che abbiano per oggetto la costituzione, trasmissione o estinzione di diritti relativi ad una successione non ancora aperta e facciano sorgere un vinculum iuris, di cui la disposizione ereditaria rappresenti l’adempimento.
    Il patto successorio, ponendosi in contrasto con il principio fondamentale (e pertanto di ordine pubblico) del nostro ordinamento della piena libertà del testatore di disporre dei propri beni fino al momento della sua morte, è per definizione non suscettibile della conversione, ex art. 1424 c.c., in un testamento, mediante la quale si realizzerebbe proprio lo scopo, vietato dall’ordinamento, di vincolare la volontà del testatore al rispetto di impegni, concernenti la propria successione, assunti con terzi (v. Cass., sent. n. 4827 del 1989)».

    Conclusione contratto anche per telefono, Cass. 12.7.2011 n. 15293«Ora, la sentenza impugnata, nonostante abbia richiamato detto precedente e abbia ritenuto, in premessa, che "la comunicazione dell'accettazione non richiede, in sé e per sé, la forma scritta", ha finito, poi, contraddittoriamente, per considerare che la conoscenza della accettazione scritta da parte dell'oblato non può essere garantita dalla comunicazione telefonica, sul rilievo preliminare che lo strumento utilizzato non darebbe certezza "quanto alla provata manifestazione di una volontà di aderire alle esatte condizioni contenute nella proposta, circostanze de visu essenziale al fine di ritenere formato un completo consenso".  Viceversa, la Corte di merito avrebbe dovuto, all'esito della valutazione delle risultanze probatorie, anche testimoniali e per interrogatorio, accertare se in concreto se la proponente M. - attraverso la comunicazione telefonica proveniente dall'intermediario cui entrambe le parti si erano rivolte per la conclusione dell'affare ed al quale si assume essere stata consegnata l'accettazione scritta da parte dell'oblata - di questa intervenuta accettazione abbia avuto, in concreto, effettiva e tempestiva (prima, cioè, dello spirare del termine all'uopo fissato) conoscenza».

    Divieto della fideiussione omnibus  anche per le garanzie personali atipiche: Cass. n. 1520/2010 (lettera di patronage).

    Cassazione n. 28481/2011, Risoluzione, esecuzione specifica, recesso: «La parte non inadempiente che abbia agito per l'esecuzione (o la risoluzione) del contratto ed il risarcimento dei danni può, in sostituzione di tali originarie pretese, legittimamente invocare (senza incorrere nelle preclusioni derivanti dalla proposizione dei "nova" in sede di gravame) la facoltà di recesso ex art. 1385, comma 2, c.c., poiché tale modificazione delle istanze originarie costituisce legittimo esercizio di un perdurante diritto di recesso rispetto alla domanda di adempimento, ed un'istanza di ampiezza più ridotta rispetto all'azione di risoluzione».

    Recesso e risoluzione contratto: cassazione n. 3474/2012: «Le S.U. al riguardo si sono così espresse: ” In tema di contratti cui acceda la consegna di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, qualora il contraente non inadempiente abbia agito per la risoluzione (giudiziale o di diritto) ed il risarcimento del danno, costituisce domanda nuova, inammissibile in appello, quella volta ad ottenere la declaratoria dell’intervenuto recesso con ritenzione della caparra (o pagamento del doppio), avuto riguardo - oltre che alla disomogeneità esistente tra la domanda di risoluzione giudiziale e quella di recesso ed all’irrinunciabilità dell’effetto conseguente alla risoluzione di diritto - all’incompatibilità strutturale e funzionale tra la ritenzione della caparra e la domanda di risarcimento: la funzione della caparra, consistendo in una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso, risulterebbe infatti frustrata se alla parte che abbia preferito affrontare gli oneri connessi all’azione risarcitoria per ottenere un ristoro patrimoniale più cospicuo fosse consentito - in contrasto con il principio costituzionale del giusto processo, che vieta qualsiasi forma di abuso processuale - di modificare la propria strategia difensiva, quando i risultati non corrispondano alle sue aspettative “(Cass. Sez. U, n. 553 del 14/01/2009). Alla luce di queste considerazioni, non v’è dubbio che la M. non poteva chiedere la risoluzione del contratto per poi trasformarla, all’occorrenza, in domanda di recesso (nel caso in cui i pretesi danni fossero stati inferiori al doppio della caparra), senza incorrere, così facendo, in una forma di abuso processuale che proprio l’art. 1385 c.c. mira a prevenire, in relazione alla particolare natura della caparra come sopra evidenziata».

    Beni condominiali, sottotetto, uso: cassazione n. 23448/2012: «Tale convincimento è pienamente condivisibile, posto che ai sensi dell’art. 1102 c.c. sono legittimi sia l’utilizzazione della cosa comune da parte del singolo condomino con modalità particolari e diverse rispetto alla sua normale destinazione, purché nel rispetto delle concorrenti utilizzazioni, attuali e potenziali, degli altri condomini, sia l’uso più intenso della cosa, purché non sia alterato il rapporto di equilibrio tra tutti i comproprietari, dovendosi a tal fine avere riguardo all’uso potenziale in relazione ai diritti di ciascuno (Cass. 12-3-2007 n. 5753); in tale contesto è in ogni caso vietato al singolo condomino di attrarre la cosa comune o una parte di essa nell’orbita della propria disponibilità esclusiva e di sottrarla in tal modo alla possibilità di godimento degli altri condomini (Cass. 28-4-2004 n. 8119); è quindi evidente nella fattispecie che le limitazioni poste dalla richiamata norma all’uso della cosa comune da parte del singolo condomino sono state violate, atteso che le modifiche apportate dal P. alla parte del sottotetto comune sovrastante il proprio appartamento con la sua separazione dalla residua parte di esso hanno determinato l’assoluto impedimento di qualsiasi uso di tale parte per gli altri condomini».
     

    Contratto di locazione stipulato da comproprietario, l'interpretazione della Cassazione a sezioni unite, sentenza n. 11135/2012: «In conclusione, la questione sottoposta all'esame di queste Sezioni Unite deve essere risolta con l'affermazione del seguente principio di diritto: “La locazione della cosa comune da parte di uno dei comproprietari rientra nell'ambito di applicazione della gestione di affari ed è soggetta alle regole di tale istituto, tra le quali quella di cui all'art. 2032 cod. civ., sicché, nel caso di gestione non rappresentativa, il comproprietario non locatore potrà ratificare l'operato del gestore e, ai sensi dell'art. 1705, secondo comma, cod. civ., applicabile per effetto del richiamo al mandato contenuto nel citato art. 2032 cod. civ., esigere dal conduttore, nel contraddittorio con il comproprietario locatore, la quota dei canoni corrispondente alla quota di proprietà indivisa».

    Prescrizione in materia di danno, decorrenza, cassazione n. 15995/2011: "Il giudice di merito non ha affatto disatteso il principio per cui la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto delle patologie per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli artt. 2935 e 2917, primo comma, cod. civ., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, usando l’ordinaria diligenza, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo (Cass. civ., Sez. un., 11 gennaio 2008, n. 576) ......"

    Accordi prematrimoniali, Corte di Cassazione sentenza n. 23713/2012: «Ove si consideri che in costanza di matrimonio (e prima della crisi familiare) opera tra i coniugi il dovere reciproco di contribuzione di cui all'art. 143 c.c.: il linguaggio comune spiega il significato ad esso attribuito dal legislatore, è la parte che ciascuno conferisce, con cui si concorre, si coopera ad una spesa, al raggiungimento di un fine. Con la contribuzione si realizza dunque il soddisfacimento reciproco dei bisogni materiali e spirituali di ciascun coniuge, con i mezzi derivati dalle sostanze e dalle capacità di ognuno di essi.Può sicuramente ipotizzarsi che, nell'ambito di una stretta solidarietà tra i coniugi, i rapporti di dare ed avere patrimoniale subiscano, sul loro accordo, una sorta di quiescenza, una "sospensione" appunto, che cesserà con il "fallimento" del matrimonio, e con il venir meno, provvisoriamente con la separazione, e definitivamente con il divorzio, dei doveri e diritti coniugali.Condizione lecita dunque nella specie di un contratto atipico, espressione dell'autonomia negoziale dei coniugi, sicuramente diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela, ai sensi dell'art. 1322 c.c., comma 2». Nel caso specifico si trattava di un accordo prematrimoniale con cui la moglie si era impegnata a trasferire un immobile al marito nel caso di fallimento del matrimonio.

    Contratti misti, disciplina prevalente, corte cassazione n. 22826/2012: «Questa S.C. ha statuito al riguardo che, in tema di contratto misto, la relativa disciplina giuridica va individuata in quella risultante dalle norme del contratto tipico nel cui schema sono riconducibili gli elementi prevalenti (cosiddetta teoria dell'assorbimento o della prevalenza), senza escludere ogni rilevanza giuridica degli altri elementi, che sono voluti dalle parti e concorrono a fissare il contenuto e l'ampiezza del vincolo contrattuale, ai quali si applicano le norme proprie del contratto cui essi appartengono, in quanto compatibili con quelle del contratto prevalente (Cass. Sez. U, n. 11656 del 12/05/2008; Cass. Sez. 3, a 13399 del 22/06/2005)».

    Amministrazione di beni, non iscrizione ad olso, pagamento in via euiqtativa, Cassazione sentenza 9741/2013: «Va dunque enunciato il seguente principio di diritto: "per le attività professionali non protette svolte dal mandatario non professionista, l'art. 1709 c.c. non impone che il compenso sia determinato nella stessa misura prevista, per il professionista, dalle tariffe professionali».

    Cassazione sentenza n. 16050/2013, novazione: «È principio pacifico nella giurisprudenza della Corte di legittimità che l'atto con il quale le parti convengono la modificazione quantitativa di una precedente obbligazione ed il differimento della scadenza per il suo adempimento, non costituisca una novazione e non comporti, dunque, l'estinzione dell'obbligazione originaria, restando assoggettato, per la sua natura contrattuale, alle ordinarie regole sulla validità.  La novazione oggettiva esige, infatti, l'animus novandi, vale a dire l'inequivoca, comune, intenzione di entrambe le parti di estinguere l'originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l'aliquid novi, inteso come mutamento sostanziale dell'oggetto della prestazione o del titolo del rapporto ai sensi dell'art. 1, 230 c.c. (Cass. 6.7.2010 n. 15980).  Ciò che vuoi dire che la novazione oggettiva del rapporto obbligatorio non è ricollegabile alle mere modificazioni accessorie di cui all'art. 1231 cod. civ., e deve essere connotata non solo dall'aliquid novi, ma anche dall'animus novandi, inteso come manifestazione inequivoca dell'intento novativo, e dalla causa novandi, intesa come interesse comune delle parti all'effetto novativo. L'accertamento che su tali tre elementi (volontà, causa ed oggetto del negozio) compia il giudice di merito è incensurabile in cassazione, se adeguatamente motivato (Cass. 9.3.2010 n. 5673; Cass. 9.3.2010 n. 5665; conf. Cass. 26.2.2009 n. 4670).»

    Compravendita, denuncia vizi, cassazione n. 12384/2013: «La Corte territoriale, infatti, ha correttamente ed esaustivamente osservato, conformemente alla consolidata giurisprudenza di legittimità, che "la mancata o intempestiva denunzia dei vizi della cosa venduta nel termine di otto giorni dalla scoperta, è configurata dalla legge come una causa di decadenza del diritto del compratore alla garanzia, già sorto in suo favore con la correlativa obbligazione del venditore, per effetto immediato e diretto del perfezionamento del contratto, ed essa, pertanto, come fatto impeditivo o estintivo del diritto fatto valere, deve essere espressamente eccepita dal venditore convenuto per la risoluzione del contratto o per la riduzione del prezzo. Da ciò deriva, in applicazione delle ordinarie regole sull'incidenza dell'onere della prova, che al compratore che agisce basta provare l'esistenza del vizio, quale solo presupposto necessario per l'esercizio del diritto, mentre incombe al venditore che eccepisce la decadenza di dimostrare il fondamento dell'eccezione, vale a dire il fatto (scoperta del vizio, ricevimento della cosa) dal cui compimento la legge fa decorrere il termine di decadenza, e l'avvenuto decorso di detto termine al momento della denuncia o della citazione, e solo in tal caso spetterà al compratore dare la prova contraria, di avere cioè denunciato in precedenza ed in tempo utile il vizio"».

    Tentativo di conciliazione e prescrizione, cassazione n. 16452/13: «Quanto al primo motivo, premesso che le disposizioni che prevedono condizioni di procedibilità, costituendo deroga all'esercizio del diritto di agire in giudizio, garantito dall'art. 24 Cost., non possono essere interpretate in senso estensivo, deve ritenersi che, ai fini dell'espletamento del tentativo di conciliazione, il quale ai sensi dell'art. 412 cod. proc. civ. costituisce condizione di procedibilità della domanda, sia sufficiente, in base a quanto disposto dall'art. 410-bis cod. proc. civ., la presentazione della richiesta all'organo istituito presso le Direzioni provinciali del lavoro, considerandosi comunque espletato il tentativo di conciliazione decorsi sessanta giorni dalla presentazione, a prescindere dall'avvenuta comunicazione della richiesta stessa alla controparte. Tale comunicazione è, invece, necessaria, ai sensi dell'art. 410, comma secondo, cod. proc. civ., perché si verifichi la interruzione della prescrizione (Cfr. Cass. 121.1.2004 n. 967). In particol are, il secondo comma dell'attuale art. 410 c.p.c. dispone che la comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza. Attesa, inoltre, la natura ricettizia degli atti interruttivi della prescrizione e considerato che il legislatore parla di interruzione e non di sospensione della prescrizione, deve ritenersi che la comunicazione che interrompe la prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza è quella fatta al datore di lavoro (cfr. Cass. 18.10.2005 n. 20153). Nel caso all'esame la decisione impugnata ha evidenziato che la richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione era stata indirizzata non solo alla DPL di Latina ma anche alla società appellante, come documentato in atti, prima della scadenza del quinquennio e tanto basta per disattendere la censura, non essendo precisato alcun elemento che valga ad inficiare le argomentazioni della Corte del merito riportate e non essendo neanche precisato se la doglianza sia stata ritualmente avanzata nella fase di merito».
     

    Ipoteca non dichiarata, risoluzione del compromesso, interruzione pagamenti: «La Corte romana, infatti, ha omesso di considerare un fatto che era stato evidenziato dal giudice di prime cure nel motivare l'accoglimento della domanda di risoluzione proposta dalla C. . Non ha valutato, infatti, che oltre all'ipoteca espressamente contemplata dalle parti, sull'immobile promesso gravava un'altra formalità pregiudizievole, non dichiarata, consistente in un'ipoteca iscritta in forza di un decreto ingiuntivo ottenuto dal condominio nei confronti della G. . Si tratta di un fatto assolutamente decisivo ai fini del giudizio, per ragioni di carattere generale e particolare.
    Sotto il primo aspetto, perché ai sensi dell'art. 1482 c.c. (la cui applicabilità analogica al contratto preliminare è costantemente affermata dalla giurisprudenza di questa Corte: cfr. Cass. nn. 3565/02, 15380/00, 9498/94 e 4450/82) il promissario acquirente, se la cosa promessa è gravata da garanzie reali (o da pignoramento: o sequestro) non dichiarate(i) dal promittente venditore, può sia sospendere il pagamento del prezzo, sia domandare la risoluzione del contratto, avendo egli la facoltà e non già l'obbligo di chiedere al giudice la fissazione di un termine per la cancellazione dei gravami (cfr. Cass. nn. 19097/09 e 15380/00). In ogni caso, fin tanto che questi ultimi non siano cancellati è legittimo il rifiuto del promissario acquirente di stipulare il contratto definitivo (cfr. Cass. n. 1431/79).
     Sotto il secondo aspetto, la decisività del fatto emerge da ciò, che la Corte romana ha ricostruito il regolamento contrattuale nel senso che il saldo prezzo, pari a 290 milioni del vecchio conio, avrebbe dovuto essere versato al momento del rogito notarile, "mediante mutuo bancario richiesto a cura e spese dell'acquirente", con l'ulteriore espressa previsione che "a tal scopo la parte venditrice si (era) impegna(ta) a fornire tutta la documentazione necessaria alla stipula del contratto di mutuo e di vendita e ad essere terzo datore d'ipoteca". Tale essendo l'accertamento operato in punto di fatto dalla Corte distrettuale, è evidente che l'esistenza di un'ipoteca non dichiarata nel preliminare consentiva alla C. di chiedere senz'altro la risoluzione del contratto e di sospendere il pagamento del prezzo, anche in considerazione del fatto che per espressa clausola contrattuale il pagamento stesso richiedeva la cooperazione della parte promittente venditrice, che si sarebbe dovuta costituire quale terza datrice di ipoteca ai fini della concessione del mutuo bancario. Ed è di solare chiarezza che la presenza del gravame impediva tanto la dazione di ipoteca quanto la contrazione del mutuo.
     Il non aver considerato tale fatto - cioè l'esistenza di un'ipoteca non dichiarata - falsa il ragionamento operato dalla Corte capitolina e ne vizia la decisione ai sensi dell'art. 360, n. 5 c.p.c.».

    La prescrizione nella compravendita, cassazione n.  19702/12: «Si deve quindi concludere nel senso che l'impegno del venditore all'eliminazione dei vizi, accettato dal compratore, fa sorgere il corrispondente diritto, che è soggetto alla prescrizione decennale, mentre i diritti alla riduzione del prezzo e alla risoluzione del contratto restano soggetti alla prescrizione annuale»

     Azione revocatoria, atti anteriori o posteriori al sorgere del credito, Cassazione sentenza n. 13446/2013: «È pacifico e non controverso in causa, che, se l'azione revocatoria ha per oggetto atti posteriori al sorgere del credito, ad integrare l'elemento soggettivo del consilium fraudis è sufficiente la semplice conoscenza nel debitore e nel terzo acquirente del pregiudizio che l'atto arreca alle ragioni del creditore, laddove, se essa ha per oggetto atti anteriori al sorgere del credito, è richiesta, quale condizione per l'esercizio dell'azione medesima, oltre all'eventus damni, la dolosa preordinazione dell'atto da parte del debitore al fine di compromettere il soddisfacimento del credito e, in caso di atto a titolo oneroso, la partecipazione del terzo a tale pregiudizievole programma (confr. Cass. civ. 9 maggio 2008, n. 11577; Cass. civ. 21 settembre 2001, n. 11916)».

    La casa familiare in comodato, ordinanza di rimessione alle sezioni unite, cassazione n. 15113/12: «Orbene, avvertendo l'esigenza di rimeditare l'orientamento interpretativo delineato da Cass., Sez. Un., 21/7/2004, n. 13603, in vista della composizione del determinatosi contrasto interpretativo più sopra segnalato e comunque del superamento delle suesposte perplessità in argomento emerse in dottrina e giurisprudenza, il Collegio ritiene opportuno disporre la trasmissione del ricorso al Primo Presidente, ai fini dell'eventuale relativa assegnazione alla Sezioni Unite»

    Reato, querela non proposta, prescrizione danno, Cassazione civile n. 15883/11: «Se l'illecito civile è considerato dalla legge come reato, benchè il giudizio penale non sia stato promosso, anche per difetto di querela, all'azione risarcitoria si applica l'eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato (art. 2947c.c., comma 3, prima parte) onde consentire al giudice civile di accertare "incidenter tantum", e con gli strumenti probatori ed i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto-reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi. Detto termine decorre dalla data del fatto, da intendersi riferito al momento in cui il soggetto danneggiato abbia avuto - o avrebbe dovuto avere, usando l'ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche - sufficiente conoscenza della rapportabilità causale del danno lamentato».

    Cessione di credito derivante da risarcimento, cassazione n. 51/2012: «Orbene, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, anche il credito al risarcimento di danni patrimoniali da sinistro stradale può costituire oggetto di cessione, non essendo esso di natura strettamente personale nè sussistendo specifico divieto normativo al riguardo (v. Cass., 13/5/2009, n. 11095; Cass., 5/11/2004, n. 21192.  E già Cass., 21/4/1986, n. 2812), nè d'altro canto ricorrendo nel caso un'ipotesi di cessione di crediti litigiosi (art. 1261 c.c.).  A tale stregua, il credito da risarcimento in particolare del c.d. danno da fermo tecnico, consistente nel ristoro del mancato godimento (disponibilità) dell'autovettura incidentata per il tempo occorrente per la relativa riparazione, solitamente commisurato al costo del noleggio di veicolo sostitutivo, deve ritenersi senz'altro suscettibile di cessione.»

    Preliminare di vendita e consegna bene, cassazione n. 20315/2011: «Invero la Corte non rinviene nelle difese del controricorrente motivi per derogare al principio, anche di recente riaffermato, secondo il quale "nella promessa di vendita, quando viene convenuta la consegna del bene prima della stipula del contratto definitivo, non si verifica un'anticipazione degli effetti traslativi, in quanto la disponibilità conseguita dal promissario acquirente si fonda sull'esistenza di un contratto di comodato, funzionalmente collegato al contratto preliminare e produttivo di effetti meramente obbligatori, e che, pertanto, la relazione del promissario acquirente con il bene è qualificabile esclusivamente come detenzione qualificata, salva la dimostrazione di un intervento possessionis nei modi previsti dall'art. 1141 c.c." (così Cass. 17245/2010 a sua volta richiamante Cass. 1296/2010; Cass. 9896/2010; Cass. S.U. 7930/2008).»

    Titoli di credito e promessa di pagamento, cassazione n. 15508/2011: «Costituisce principio consolidato di questa corte che i titoli di credito possono essere utilizzati come promessa di pagamento, ai sensi dell'art. 1988 c.c., per cui si presume l'esistenza del rapporto fondamentale sino a prova contraria da parte del debitore cartolare soltanto se risulta acquisita la prova del suo diretto rapporto cartolare con il creditore (v. Cass. 22.5.2008 n. 13099). E' chiaro che l'utilizzo del titolo di credito quale promessa di pagamento, implica l'esercizio di un'azione causale, fondata sul rapporto sottostante all'emissione o alla trasmissione del titolo, rapporto che però è efficace solo tra le parti dello stesso, per cui il possessore del titolo può esercitare una tale azione solo nei confronti del proprio diretto promittente (v. Cass. 7.12.1999 n. 13663; Cass. 25.1.2001 n. 1058). Ne consegue che in considerazione della natura recettizia della promessa, l'assegno riveste tale natura certamente nei rapporti tra traente e prenditore o fra girante ed immediato giratario (v. Cass. 8.2.2006 n. 2816), ma non pure nei confronti di colui che si atteggi quale mero possessore del titolo, giacchè - mancando in esso l'indicazione del soggetto al quale è fatta la promessa - non vi è ragione di attribuire il beneficio dell'inversione dell'onere della prova (in tal senso, v. Cass. 29.3.2006 n. 7262).»

    Banca, interessi e deposito estratti conto, cassazione n. 18541/2013: "Al riguardo è stato affermato con orientamento costante dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 17679 del 2009; 23974 del 2010) che la mancata contestazione degli estratti conto inviati al cliente dalla banca, oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 cod. civ., non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali, perchè l’unilaterale comunicazione del tasso d’interesse non può supplire al difetto originario di valido accordo scritto in deroga alle condizioni di legge, richiesto dall’art. 1284 cod. civ. Ne consegue che superata la fase monitoria, nella quale possono essere prodotti gli estratti conto relativi all’ultima fase di movimentazione del conto, ai sensi del citato art. 50 T.U.B. attualmente vigente, nel successivo giudizio a cognizione piena, una volta che sia stata contestata, per mancanza dei requisiti di legge, la pattuizione degli interessi ultralegali la banca è tenuta a produrre gli estratti conto a partire dall’apertura del conto, anche oltre il decennio “perchè non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito”. (Cass. 23974 del 2010). La contestazione relativa all’illegittima capitalizzazione degli interessi, determina, alla luce del consolidato orientamento di questa Corte (S.U. 21095 del 2004), la necessità di verificare fin dall’inizio del rapporto e nei limiti dell’applicabilità della prescrizione (S.U. 24418 del 2010), ove eccepita, l’esistenza e l’applicazione della previsione negoziale invalida. La produzione degli estratti conto relativi ad una frazione temporale unilateralmente individuata dalla banca nella fase più recente di operatività del rapporto, è radicalmente inidonea ad assolvere all’onus probandi posto a carico di essa. La norma contenuta nell’art. 2220 cod. civ., secondo la quale le scritture contabili devono essere conservate per dieci anni dall’ultima registrazione costituisce uno strumento di tutela per i terzi estranei all’attività imprenditoriale volto a garantire l’accesso, la conoscibilità e la trasparenza delle attività d’impresa. Così definita (Cass. 1842 del 2011) la ratio legis dell’art. 2220 cod. civ., la previsione di un così ampio lasso temporale di operatività dell’obbligo di conservazione dei documenti contabili, non può essere interpretata come una limitazione legale dell’onus probandi posto a carico di chi è tenuto, conformemente ai creditori non imprenditori, a fornire la prova integrale del proprio credito, non potendo sottrarsi a tale onere, nel giudizio a cognizione piena, quando le contestazioni del debitore riguardano l’intera durata del rapporto.

    Nel condominio il referente è l'amministratore, cassazione sentenza n. 3636/14: "...va affermato il principio secondo il quale, ponendosi il Condominio, nei confronti dei terzi, come soggetto di gestione dei diritti e degli obblighi dei singoli condomini - attinenti alle parti comuni -, l'amministratore dello stesso assume la qualità di necessario rappresentante della collettività dei condomini sia nella fase di assunzione di obblighi verso terzi per la conservazione delle cose comuni sia, all'interno della collettività condominiale, come unico referente dei pagamenti ad essi relativi, così che non è idoneo ad estinguere il debito pro quota del singolo condomino, il pagamento diretto eseguito a mani del creditore del Condominio le volte in cui il creditore dell'ente di gestione non si sia a sua volta munito di titolo esecutivo nei confronti del singolo condomino. "
     

    Corte di Cassazione, sentenza n. 22634/13 Addebito di spese al condomino di spese non pertinenti, delibera nulla e non è soggetta ai termini per l'impugnazione previsti dall'art. 1137 c.c.

     

     




     

    Obbligazioni di valuta

    “Nelle obbligazioni pecuniarie, in difetto di discipline particolari dettate da norme speciali, il maggior danno di cui all'art. 1224, comma 2, c.c. rispetto a quello già coperto dagli interessi moratori è in via generale riconoscibile in via presuntiva, per qualunque creditore che ne domandi il risarcimento, nell'eventuale differenza, a decorrere dalla data di insorgenza della mora, tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali determinato per ogni anno ai sensi del comma 1 dell'art. 1284 c.c., salva la possibilità per il debitore di provare che il creditore non ha subito un maggior danno o che lo ha subito in misura inferiore e per il creditore di provare il maggior danno effettivamente subito.” Giust. civ. 2008, 11, 2367
    “Nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all'art. 1224, comma 2, c.c. può ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali. Ricorrendo tale ipotesi, il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, quale che ne sia la qualità soggettiva o l'attività svolta (e quindi tanto nel caso di imprenditore, quanto nel caso di pensionato, impiegato, ecc.), fermo restando che se il creditore domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento dei titoli di Stato, avrà l'onere di provare l'esistenza e l'ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva; in particolare, ove il creditore abbia la qualità di imprenditore, avrà l'onere di dimostrare o di avere fatto ricorso al credito bancario sostenendone i relativi interessi passivi; ovvero - attraverso la produzione dei bilanci – quale fosse la produttività della propria impresa, per le somme in essa investite; il debitore, dal canto suo, avrà invece l'onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni semplici, che il creditore, in caso di tempestivo adempimento, non avrebbe potuto impiegare il denaro dovutogli in forme di investimento che gli avrebbero garantito un rendimento superiore al saggio legale.” Cassazione, Sez. Un., 16 luglio 2008, n. 19499.

    Scritture contabili e prova. Cassazione, sentenza n. 105/2011. «E' ius receptum nella giurisprudenza di questa Suprema Corte quello secondo cui le scritture contabili, pur se regolarmente tenute, non hanno valore di prova legale a favore dell'imprenditore che le ha redatte, e, pertanto, qualora egli intenda utilizzarle come mezzi di prova nei confronti della controparte ai sensi dell'art. 2710 c.c., le scritture stesse sono soggette, come ogni altra prova, al libero apprezzamento del giudice, al quale spetta stabilire, nei singoli casi, se ed in quale misura siano attendibili ed idonee, eventualmente in concorso con altre risultanze probatorie, a dimostrare la fondatezza della pretesa (o della eccezione) della parte che le ha prodotte in giudizio (Cass. n. 3188/2003, n. 1715/2001, n. 3108/96)».

     

    Cass. sentenza n. 5207/2011 - Preliminare di bene indiviso: «Per orientamento consolidato di questa Corte nel caso di preliminare di vendita di un bene oggetto di comproprietà indivisa si deve ritenere che i promettenti venditori si pongano congiuntamente come un'unica parte contrattuale complessa e che, dunque, le singole manifestazioni di volontà provenienti da ciascuno di essi siano prive di una specifica autonomia e destinate, invece, a fondersi in un'unica manifestazione negoziale, dovendosi presumere che il bene sia stato considerato dalle parti come un "unicum" giuridico inscindibile, e ciò in difetto di elementi desunti dal tenore del contratto, idonei a far ritenere che con esso siano state assunte - anche contestualmente - dai comproprietari promettenti distinti autonome obbligazioni aventi ad oggetto il trasferimento delle rispettive quote di comproprietà, inesistenti nella specie. Da ciò consegue che, qualora una di dette manifestazioni manchi o risulti viziata da invalidità originaria - come nella specie - ovvero venga caducata per una qualsiasi causa sopravvenuta, si determina una situazione che impedisce non soltanto la prestazione del consenso negoziale della parte complessa alla stipulazione del contratto definitivo, ma anche la possibilità che quella prestazione possa essere sostituita dalla pronuncia giudiziale ex art. 2932 c.c., restando, pertanto, escluso che il promissario acquirente possa conseguire la sentenza ai sensi di detta norma nei confronti di quelli tra i comproprietari promettenti dei quali esista o persista l'efficacia della relativa manifestazione negoziale preliminare (v. Cass. S.U. n. 239 del 1999; Cass., Sez. 2, 19 maggio 2004, n. 9458; Cass., Sez. 2, 23 febbraio 2007, n. 4227)».

    Corte di Cassazione -  Sentenza n. 19893/ 2011: "il condomino può rinunciare all'uso del riscaldamento centralizzato e distaccare le diramazioni della sua unità immobiliare dall'impianto termico comune, senza necessità di autorizzazione od approvazione degli altri condomini, e, fermo il suo obbligo al pagamento delle spese per la conservazione dell'impianto, è tenuto a partecipare a quelle di gestione dell'impianto se, e nei limiti in cui, il suo distacco non si risolva in una diminuzione degli oneri del servizio di cui continuano a godere gli altri condomini".

     

    Cassazione n. 20965/2011, Vendita con patto di riscatto e patto commissorio: «Seguendo la scia, la Corte di Cassazione puntualizza nella ordinanza in commento che è nulla la vendita con patto di riscatto (artt. 1500 ss. c.c.), benchè sia previsto il trasferimento del bene, se la sua causa è garantire un credito (e non il semplice scambio), nell'ambito della quale il versamento del danaro, da parte del compratore, non costituisca pagamento del prezzo ma esecuzione di un mutuo, ed il trasferimento del bene costituisca una provvisoria posizione di garanzia capace di evolversi a seconda dell'adempimento o meno dell'obbligazione di restituire la somma ricevuta da parte del debitore. La predetta vendita, insiste la Corte, “in quanto caratterizzata dalla causa di garanzia propria del mutuo con patto commissorio, pur non integrando direttamente un patto commissorio vietato dall'art. 2744 c.c., costituisce un mezzo per eludere tale norma imperativa ed esprime, perciò, una causa illecita che rende applicabile, all'intero contratto, la sanzione di cui all'art. 1344 c.c».

    Cassazione n.  10153/2011 - L'amministratore che vanta  un credito verso il condominio deve provare le singole partite: «Premesso che, come si ricava dalla sentenza impugnata, il nucleo della controversia risiede nello stabilire se l’assemblea condominiale abbia mai approvato i rendiconti recanti il debito verso il T., per somme che questi avrebbe anticipato per pagare i terzi creditori del condominio, va osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la validità dell’approvazione, da parte dell’assemblea dei condomini, del rendiconto di un determinato esercizio non postula che la contabilità sia stata redatta dall’amministratore con rigorose forme, analoghe a quelle previste per i bilanci delle società, purché essa sia idonea a rendere intelligibile ai condomini le voci di entrata e di spesa, anche con riferimento alla specificità delle partite, atteso che quest’ultimo requisito - come si desume dagli artt. 263 e 264 cod. proc. civ. (disciplinanti la procedura di rendiconto ed applicabili anche al rendiconto sostanziale) - costituisce il presupposto indispensabile affinché il destinatario del conto assolva l’onere di indicare specificamente le partite che intende contestare (v. Cass. nn. 3747/94, 896/84, 5150/82 e 2625/81). 6.1.1. - Dunque, come la contestazione, così anche l’approvazione di singole partite deve essere specifica, cioè formare oggetto di espresso esame e di altrettanto manifesta dichiarazione di volontà da parte dell’assemblea di fare proprie le risultanze del rendiconto. La conseguenza è che nell’ambito di un consuntivo che, come quello della gestione condominiale, soggiace al criterio di cassa, l’approvazione del rendiconto recante un disavanzo tra le somme spese e quelle incamerate dal condominio per effetto dei versamenti eseguiti dai condomini o per altra causa, non implica che, per via deduttiva, possa ritenersi riconosciuto il fatto che la differenza sia stata versata dall’amministratore utilizzando denaro proprio, ovvero che questi sia comunque creditore del condominio per l’importo corrispondente. E ciò per ragioni di carattere sia logico, ove si consideri che l’amministratore ben può aver utilizzato provviste aliene di cui aveva soltanto la disponibilità (ad esempio, fondi derivanti da altra gestione), sia giuridico, atteso che la ricognizione di debito, sebbene possa essere manifestata anche in forma non espressa, richiede pur sempre un atto di volizione su di un oggetto specificamente sottoposto all’esame dell’organo collettivo, chiamato a pronunciarsi su di esso».

    Cassazione n. 5271/2011. Interdetta l’azione di spoglio per possesso da contratto preliminare. «Pertanto quando come nella fattispecie il possesso (o la detenzione) è stato dismesso volontariamente con ciò stesso viene meno il presupposto della tutela possessoria per colui che pretende di essere reintegrato nella precedente situazione di fatto ai sensi dell’art. 1168 c.c.; trattasi infatti di una specifica azione che risponde all’esigenza di garantire a chi possiede una sollecita tutela giudiziaria, ispirata come è noto ai principi romanistici ne cives ad arma ruant e spoliatus ante omnia restituendus».

    Cassazione n. 24442/2011, Impugnazione del capo dell’addebito della separazione, passaggio in giudicato domanda separazione. «Corte che ha, a più riprese affermato che nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solo nell’ambito del giudizio di separazione, ha natura di domanda autonoma; infatti, la stessa presuppone l’iniziativa di parte, soggiace alle regole e alle preclusioni stabilite per le domande, ha una “causa petendi” (la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio in rapporto causale con le ragioni giustificatrici della separazione, intollerabilità della convivenza o dannosità per la prole) ed un “petitum” (statuizione destinata a incidere sui rapporti patrimoniali con la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede riservatario e di erede legittimo) distinti da quelli della domanda di separazione. Pertanto, in carenza di ragioni sistematiche contrarie e di norme derogative dell’art. 329, secondo comma cod. proc. civ., l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione ed al contempo ne abbia dichiarato l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione, rendendo esperibile l’azione di divorzio pur in pendenza di detta impugnazione. (Ex plurimis Cass. Sez. un 15279/01, Cass. 16985/07; Cass. 565/07)».

    Usucapione e compossesso, cassazione n. 17462/2009: «Tale convincimento è condivisibile in quanto conforme all'orientamento consolidato di questa Corte secondo cui in tema di compossesso il godimento esclusivo della cosa comune da parte di uno dei compossessori non è, di per sé, idoneo a far ritenere lo stato di fatto così determinatosi funzionale all'esercizio del possesso “ad usucapionem”, e non anche, invece, conseguenza di un atteggiamento di mera tolleranza da parte dell'altro compossessore, risultando per converso necessario, ai fini dell'usucapione, la manifestazione del dominio esclusivo sulla “res” da parte dell'interessato attraverso una attività apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l'onere della relativa prova su colui che invochi l'avvenuta usucapione del bene (vedi “ex multis” Cass. 18.2.1999 n. 1367; Cass. 15.6.2001 n. 8152; Cass. 20.9.2007 n. 19478), non essendo al riguardo sufficienti atti soltanto di gestione consentiti al singolo partecipante o anche atti familiarmente tollerati dagli altri, o ancora atti che, comportando solo il soddisfacimento di obblighi o l'erogazione di spese per il miglior godimento della cosa comune, non possono dare luogo ad una estensione del potere di fatto sulla cosa nella sfera di altro compossessore (Cass. 11.8.2005 n. 16841)».
  • Cassazione n. 2243/2012, opere eseguite nel cortile comune: «Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (Sez. II, 14 settembre 2005, n. 18194; Sez. II, 5 maggio 2010, n. 10858), in materia di condominio, qualora si debba procedere alla riparazione del cortile condominiale, che funga anche da copertura per i locali sotterranei di proprietà esclusiva di singoli condomini, ai fini della ripartizione delle relative spese non si può ricorrere ai criteri previsti dall’art. 1126 cod. civ., ma si deve, invece, procedere ad un’applicazione analogica dell’art. 1125 cod. civ., il quale stabilisce che le spese per la manutenzione e la ricostruzione dei soffitti, delle volte e dei solai sono sostenute in parti eguali dai proprietari dei due piani l’uno all’altro sovrastanti, mentre accolla per intero le spese relative alla manutenzione della parte della struttura complessa identificantesi con il pavimento del piano superiore a chi con l’uso esclusivo della stessa determina la necessità della inerente manutenzione e pone a carico del proprietario del piano inferiore l’intonaco, la tinta e la decorazione del soffitto».
     
    Comodato da suocero a sposi, Cassazione n. 2103/2012: «Con la sentenza n. 13603/2004 le sezioni unite di questa Corte hanno affermato che è necessario attribuire rilevanza al dato oggettivo dell’uso cui la cosa è destinata.
    La specificità della destinazione a casa familiare, quale punto di riferimento e centro di interessi del nucleo familiare, è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorietà e dall’incertezza che caratterizzano il comodato cosiddetto precario e che legittimano la cessazione ad nutum del rapporto su iniziativa del comodante.
    Il vincolo di destinazione, pertanto, appare idoneo a conferire all’uso, cui la cosa doveva essere destinata, il carattere di termine implicito della durata del rapporto, la cui scadenza non è determinata, ma è strettamente correlata alla destinazione impressa ed alle finalità cui essa tende.
    Pertanto, secondo tale orientamento, il comodato adibito ad uso casa coniugale rientrerebbe nell’ipotesi di cui al comma l dell’art. 1809 c.c., la cui restituzione, pertanto, è legata al termine dell’utilizzo.
    Nel caso in esame, essendo venuta meno la convivenza ed in mancanza di un provvedimento giudiziale di assegnazione del bene oggetto di comodato, è venuto meno anche lo scopo di quest’ultimo».
     
    Danni per lavori condominiali, Cassazione n.2363/2012: «Deve premettersi che, in materia di appalto, l’appaltatore esplica l’attività che conduce al compimento dell’ opus perfectum in piena autonomia, con propria organizzazione ed a proprio rischio, apprestando i mezzi adatti e curando le modalità esecutive per il raggiungimento del risultato. Ciò, in linea di principio, non solo esclude la configurabilità di un rapporto institorio tra committente ed appaltatore, ma implica anche che solo l’appaItatore debba, di regola, ritenersi responsabile dei danni derivati e terzi nella (o dalla) esecuzione dell’opera (tra le tante, Cass., Sez. III, 16 maggio 2006, n. 11371).
    Questo principio connesso alla struttura del contratto di appalto soffre, tuttavia, eccezioni sia quando si ravvisino a carico del committente specifiche violazioni del principio del neminem laedere riconducibili all’art. 2043 cod. civ. (e tale potrebbe essere il tralasciare del tutto ogni sorveglianza nella fase esecutiva nell’ esercizio del potere di cui all’art. 1662 cod. civ.), sia quando l’evento dannoso gli sia addebitabile a titolo di culpa in eligendo per essere stata l’opera affidata ad impresa che palesemente difettava delle necessarie capacità tecniche ed organizzative per eseguirla correttamente, sia quando l’appaltatore, in base ai patti contrattuali o nel concreto svolgimento del contratto, sia stato un semplice esecutore di ordini del committente e privato della sua autonomia a tal punto da aver agito come nudus minister di questo, sia, infine, quando il committente si sia, di fatto, ingerito con singole e specifiche direttive nelle modalità di esecuzione del contratto o abbia concordato con l’appaltatore singole fasi o modalità esecutive dell’appalto.
    In tutti questi casi il committente potrà essere tenuto responsabile, con in via diretta, con l’appaltatore per i danni cagionati al terzo (Cass., Sez. II, 12 maggio 2003, n. 7273; Cass., Sez. III, 20 aprile 2004, n. 7499; Cass., Sez. III, 21 giugno 2004, n. 11478; Cass., Sez. III, 10 giugno 2006, n. 13131, cit.; Cass., Sez. III, 30 settembre 2008, n. 24320)»
     
    Consegna di vettura a portiere albergo - Contratto di deposito - Cassazione n. 6048/2010
    «Oggetto del contratto di deposito è, infatti, un veicolo, che esce dalla sfera di applicazione della normativa di cui agli artt. 1783 e 1785 quater c.c., in materia di deposito alberghiero.  Diversamente, - come ha correttamente ritenuto la Corte di merito - nel caso in esame, fra le parti è stato concluso un ordinario contratto di deposito, disciplinato dall'art. 1766 e ss. c.c. che si perfeziona con la consegna della cosa, e che non necessita di un previo scambio espresso dei consensi, potendo lo stesso ritenersi integrato dalla traditio od, anche, da una ficta traditio (v. Cass. 27.3.2007 n. 7493); contratto dal quale scaturiscono le relative obbligazioni a carico delle parti del rapporto.  Con la consegna delle chiavi al vetturiere dell'albergo il contratto di deposito in esame deve ritenersi perfezionato nei suoi elementi costitutivi, posto che, proprio attraverso tale consegna, è intervenuta la traditio, alla quale consegue l'obbligo di custodia e, quindi, la restituzione.Non può riconoscersi, nella specie, alcuna presa in consegna delle chiavi e dell'autovettura esclusivamente a mero titolo di cortesia, come sostiene la ricorrente incidentale, che allega precedenti giurisprudenziali ininfluenti nel caso in esame».

    Divieto di patto commissorio - Cassazione n. 1674/2012: «Incorre nella sanzione della nullità per violazione del divieto del patto commissorio posto dall'art. 2744 cod. civ. la convenzione mediante la quale le parti abbiano inteso costituire, con un determinato bene, una garanzia reale in funzione di un mutuo, istituendo un nesso teleologico o strumentale tra la vendita del bene ed il mutuo, in vista del perseguimento di un risultato finale consistente nel trasferimento della proprietà del bene al creditore-acquirente nel caso di mancato adempimento dell'obbligazione di restituzione del debitore-venditore.   L'art. 2744 cod. civ. costituisce infatti una norma materiale, destinata a trovare applicazione non soltanto in relazione alle alienazioni a scopo di garanzia sospensivamente condizionate all’inadempimento del debitore, ma anche a quelle immediatamente traslative risolutivamente condizionate all'adempimento del debitore (Cass., Sez. Un., 3 aprile 1989, n. 1611). Detta norma esprime un divieto di risultato, mirando a difendere il debitore da illecite coercizioni del creditore, assicurando nel contempo la garanzia della par condicio creditorum. È tale risultato che giustifica il divieto di legge, non i mezzi impiegati: con la conseguenza che, ove, sulla base della corretta qualificazione della fattispecie, il versamento del denaro non costituisca il pagamento del prezzo, ma l'esecuzione di un mutuo e il trasferimento del bene non integri l'attribuzione al compratore, bensì l'atto costitutivo di una posizione di garanzia innegabilmente provvisoria, manca la funzione di scambio tipica del contratto di compravendita e si realizza proprio il negozio vietato dalla legge (Cass., Sez. 2, 8 febbraio 2007, n. 2725; Cass., Sez. 2, 12 gennaio 2009, n. 437; Cass., Sez. 2, 10 marzo 2011, n. 5740).     Perché la vendita realizzi una forma di garanzia impropria occorre quindi, tra l'altro, l'esistenza di una situazione di debito del venditore nei confronti dell'acquirente, preesistente o coeva alla vendita.»

    Interpretazione contratti, Cassazione 18469/2012: «Questa Corte ha più volte affermato (cfr Cass n. 1754/06: 4178/07; 26683/06) che "l’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un'attività riservata al giudice di merito, ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione. Ai fini della censura di violazione dei canoni ermeneutici, non è peraltro sufficiente l'astratto riferimento alle regole legali di interpretazione, ma è necessaria la specificazione dei canoni in concreto violati, con la precisazione del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato. La denuncia del vizio di motivazione deve essere invece effettuata mediante la precisa indicazione delle lacune argomentative, ovvero delle illogicità consistenti nell'attribuzione agli elementi di giudizio di un significato estraneo al senso comune, oppure con l'indicazione dei punti inficiati da mancanza di coerenza logica, e cioè connotati da un'assoluta incompatibilità razionale degli argomenti, sempre che questi vizi emergano appunto dal ragionamento logico svolto dal giudice di merito, quale risulta dalla sentenza. In ogni caso, per sottrarsi al sindacato di legittimità, non è necessario che quella data dal giudice sia l'unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicché, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l'interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un'altra».
     

    Solidarietà e art. 1304 c.c. - Cassazione n. 25553/2011: «Secondo l'orientamento giurisprudenziale consolidato, che qui si ribadisce, l'art. 1304 c.c., comma 1, trova applicazione soltanto qualora l'accordo transattivo tra il creditore ed uno dei debitori in solido riguardi l'intero debito; in tale ipotesi, la transazione non produce effetto nei confronti dei coobbligati a meno che questi non dichiarino di volerne profittare. Se, invece, la transazione ha ad oggetto soltanto la quota dei debitori solidali stipulanti, l'art. 1304 c.p.c., comma 1, non è applicabile, poichè si verifica lo scioglimento del vincolo solidale tra i coobbligati stipulanti e gli altri coobbligati; il debito solidale viene ridotto dell'importo corrispondente alla quota transatta; i debitori rimasti estranei all'accordo transattivo restano obbligati nei limiti della loro quota (così, da ultimo, Cass. n. 5108/11, nonchè n. 16050/09, n. 14550/09, n. 7485/07, n. 9369/06, n. 8946/06, tra le più recenti)».

    Locazione, indennità avviamento, pagamento canone, cassazione n. 15876/2013: «Infatti, come avevano già statuito le Sezioni Unite n. 1177 del 2000, ricorre una precisa interdipendenza tra le obbligazioni del locatore e del conduttore, con la conseguenza che il locatore il quale, alla cessazione del rapporto, intende adempiere la propria obbligazione ed ottenere dal conduttore l'adempimento della sua, deve offrire al conduttore il pagamento dell'indennità che ritiene gli sia dovuta; correlativamente, il conduttore che intende ottenere il pagamento dell'indennità, nel domandarla deve offrire al locatore la riconsegna del bene ovvero può offrire la riconsegna a condizione che gli sia pagata l'indennità che domanda. Le norme sulla mora del creditore consentono a ciascuno dei due obbligati di liberarsi della propria obbligazione e di costituire in mora il creditore (artt. 1206, 1207 e 1208 cod. civ.), perché se il debitore di una prestazione la deve a condizione che l'altra esegua in suo favore una prestazione cui ha diritto, il debitore della prima può con  dizionare la propria offerta all'esecuzione di quella del proprio debitore. (Sez. Un. n. 1177/2000 in motivazione). Pertanto, nella ricostruzione della persistenza della duplice inadempienza, quella del locatore nella corresponsione dell'indennità e quella del conduttore nella restituzione dell'immobile, la giurisprudenza di questa Corte ha inteso escludere solo la spettanza del danno maggiore rispetto a quello corrispondente all'entità del canone. Con la conseguenza che "soggiace il conduttore, che voglia liberarsi del'obbligazione di un tale pagamento, a specifici oneri, tra cui quello di offerta, anche non formale, di restituzione del bene (per tutte, con principio affermato ai sensi dell'art. 360-bis c.p.c. n. 1, v. Cass. ord. 20 gennaio 2011, n. 1337): ed appare conforme a diritto che, in virtù della volontaria protrazione del godimento del bene (volontaria in quanto dipendente anche dalla deliberata mancanza della attivazione delle dette procedure di offerta in restitu zione), chi ne fruisca continui a versare alla controparte quanto meno una somma pari a quello che sarebbe stato il corrispettivo in caso di fisiologica persistenza del contratto (Cass. n.22924/2012 in motivazione).»

    Cessione contratto locazione e indennità, cassazione 4067/2014: "La decisione della Corte di appello è conforme, nelle sue premesse, all'orientamento consolidato di questa Corte secondo cui, ai sensi dell'art. 36 della legge 27 luglio 1978, n. 392, la cessione del contratto di locazione di immobile destinato ad attività di impresa, che avvenga con la cessione contestuale dell'azienda del conduttore, non ha bisogno del consenso del locatore, ma deve essergli comunicata con lettera raccomandata con avviso di ritorno (o con modalità diverse, purché idonee a consentire la conoscenza della modificazione soggettiva del rapporto). Tale comunicazione, se non costituisce requisito di validità della cessione nel rapporto tra conduttore cedente e terzo cessionario, condiziona tuttavia l'efficacia della cessione stessa nei confronti del contraente ceduto, nel senso che essa non è opponibile al locatore sino a quando la comunicazione non avvenga (e salva, comunque, la possibilità che il locatore vi si opponga per gravi motivi nel termine di trenta giorni), sicché la conoscenza aliunde della cessione da parte del locatore non rileva, a meno che egli, avendola conosciuta, l'abbia accettata secondo la disciplina comune dettata dall'art. 1407 cod. civ. Indagine, questa, che involge un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito, il quale è incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione adeguata e sufficiente (tra le tante, Cass., 23 gennaio 2002, n. 741; Cass., 15 febbraio 2003, n. 2311)."
     

     
    Diritto di famiglia
  • Per la domanda di divorzio congiunto è necessaria la difesa del legale, Cassazione n. 26365/11: «Detta tesi, però, è stata ben presto superata nel­la giurisprudenza di questa Corte. Cass. 1848/1989, in dichiarato dissenso, ha osservato, sulla scorta anche di rilievi della dottrina, che "nei procedimenti came­rali che risolvono una controversia su diritti sogget­tivi, con provvedimento (nella specie qualificato dalla nuova legge espressamente ''sentenza'') suscettibile di passare in giudicato e ricorribile per cassazione, sus­siste l'eadem ratio della necessità inderogabile della rappresentanza tecnica, che sta alla base dell'art. 82 c.p.c. (salva espressa contraria specifica norma...)"; ha pertanto affermato la necessità del ministero del di­fensore nei procedimenti camerali di delibazione di sentenza ecclesiastica in materia matrimoniale, e la giurisprudenza successiva si è orientata in senso con­forme (cfr. Cass. 2643/1989, 2684/1989, 3099/1989, 5831/1989, 4260/1990, 5025/1990, 5026/1990)».

    Cass. sentenza n. 9084/2011, Addebito separazione e infedeltà reciproca: «La reiterata inosservanza da parte di entrambi i coniugi dell'obbligo di reciproca fedeltà, pur se ricorrente, non costituiva circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione in capo all'uno o all'altro o ad entrambi, poiché sopravvenuta in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale tra coniugi ove era già venuta meno l’affectio maritalis».

    Sentenza non definitiva di separazione e divorzio, cassazione 14639/2008: «Secondo il condiviso ed ormai consolidato orientamento di questa Corte (cfr. Cass. SS.UU 2001/5279; 2001/5248, seguite da numerose conformi pronunce a sezione semplice), "Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solo nell'ambito del giudizio di separazione, ha natura di domanda autonoma; infatti, la stessa presuppone l'iniziativa di parte, soggiace alle regole e alle preclusioni stabilite per le domande, ha una "causa petendi" (la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio in rapporto causale con le ragioni giustificatrici della separazione, intollerabilità della convivenza o dannosità per la prole) ed un "petitum" (statuizione destinata a incidere sui rapporti patrimoniali con la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede riservatario e di erede legittimo) distinti da quelli della domanda di separazione; pertanto, in carenza di ragioni sistematiche contrarie e di norme derogative dell'art. 329 cod. proc. civ., comma 2, l'impugnazione proposta con esclusivo riferimento all'addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione ed al contempo ne abbia dichiarato l'addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione».
     

    Invalidi patti tra coniugi in sede di separazione con cui si determinano le condizioni del divorzio, cassazione 1084/2012: «Inoltre la corte di merito ha richiamato il costante orientamento giurisprudenziale secondo il quale devono considerarsi invalidi per illiceità della causa gli accordi con i quali i coniugi abbiano fissato in sede di separazione il regime giuridico patrimoniale in vista del futuro divorzio, e che in ogni caso le precedenti determinazioni anche convenzionali dell'assegno di mantenimento in sede di separazione non vincolano il giudice del divorzio nell'esercizio del suo potere discrezionale circa l'attribuzione e la quantificazione dell'assegno (Cass. 2003/1681; Cass. 2002/1368; Cass. 2000/5866). Un simile patto non poteva pertanto avere efficacia preclusiva della domanda di contenuto economico proposta dalla M. , ma poteva invece costituire elemento di valutazione in ordine alle condizioni economiche dei coniugi, così come aveva ritenuto il giudice di primo grado».

    Comodato, casa coniugale: cassazione n. 2103/2102: «Con la sentenza n. 13603/2004 le sezioni unite di questa Corte hanno affermato che è necessario attribuire rilevanza al dato oggettivo dell’uso cui la cosa è destinata. La specificità della destinazione a casa familiare, quale punto di riferimento e centro di interessi del nucleo familiare, è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorietà e dall’incertezza che caratterizzano il comodato cosiddetto precario e che legittimano la cessazione ad nutum del rapporto su iniziativa del comodante. Il vincolo di destinazione, pertanto, appare idoneo a conferire all’uso, cui la cosa doveva essere destinata, il carattere di termine implicito della durata del rapporto, la cui scadenza non è determinata, ma è strettamente correlata alla destinazione impressa ed alle finalità cui essa tende. Pertanto, secondo tale orientamento, il comodato adibito ad uso casa coniugale rientrerebbe nell’ipotesi di cui al comma l dell’art. 1809 c.c., la cui restituzione, pertanto, è legata al termine dell’utilizzo. Nel caso in esame, essendo venuta meno la convivenza ed in mancanza di un provvedimento giudiziale di assegnazione del bene oggetto di comodato, è venuto meno anche lo scopo di quest’ultimo».

    Diritto al mantenimento del figlio maggiorenne non autosufficiente, cassazione n. 1773/2012: «Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, l'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio abbia raggiunto l'indipendenza economica, ovvero sia stato posto nella concreta condizione di poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta (tra le altre, Cass. 26 gennaio 2011, n. 1830; 11 gennaio 2007, n. 407)».

    Cassazione n. 4296/2012, intervento figlio maggiorenne in causa separazione o divorzio:«A questo punto l'intervento in giudizio, per far valere un diritto relativo all'oggetto della controversia, o eventualmente in via adesiva, del figlio maggiorenne, il quale, in quanto economicamente dipendente e sotto certi aspetti assimilabile al minorenne (in ordine al quale, proprio in epoca recente, in attuazione del principio del giusto processo, si tende a realizzare forme di partecipazione e di rappresentanza sempre più incisive), assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contraddittorio, consentendo al giudice di provvedere in merito all'entità e al versamento - anche in forma ripartita - del contributo al mantenimento, sulla base di un'approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati».

     

    Valido il patto prematrimoniale di cessione di immobile da un coniuge all'altro in caso di divorzio, Cassazione n. 23713/2012: «Giurisprudenza più recente di questa Corte ha invece sostenuto che tali accordi non sarebbero di per sé contrari all’ordine pubblico; più specificamente il principio dell’indisponibilità preventiva dell’assegno di divorzio dovrebbe rinvenirsi nella tutela del coniuge economicamente più debole, e l’azione di nullità (relativa) sarebbe proponibile soltanto da questo (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 8109 del 2000; n. 2492 del 2001; n. 5302/2006).................... Si tratterebbe in definitiva - si può aggiungere - di un accordo tra le parti, libera espressione della loro autonomia negoziale, estraneo peraltro alla categoria degli accordi prematrimoniali (ovvero effettuati in sede di separazione consensuale) in vista del divorzio, che intendono regolare l’intero assetto economico tra i coniugi o un profilo rilevante (come la corresponsione di assegno), con possibili arricchimenti e impoverimenti. Nella specie, dunque un accordo (rectius: un vero e proprio contratto) caratterizzato da prestazioni e controprestazioni tra loro proporzionali, secondo l’inquadramento effettuato dal giudice a quo  ....... 
    Come è noto, ai sensi dell’art. 1197 c.c. il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, salvo che il creditore vi consenta; l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita. Nella specie, il trasferimento di immobile può sicuramente costituire adempimento, con l’accordo del creditore, rispetto all’obbligo di restituzione delle somme spese per la sistemazione di altro immobile, adibito a casa coniugale.
    La condizione, nella specie sospensiva (il ‘‘fallimento” del matrimonio) non può essere meramente potestativa ai sensi sensi dell’art. 1355 c.c., e cioè dipendere dalla mera volontà di uno dei contraenti (ciò che, nella specie, non potrebbe verificarsi, considerando, evidentemente, le parti tale ‘‘fallimento”, come fattore oggettivo, indipendentemente da eventuali responsabilità addebitabili all’uno o all’altro coniuge).
    La condizione neppure può porsi in contrasto con norme imperative, l’ordine pubblico, il buon costume (in tal caso renderebbe nullo il contrasto, ai sensi dell’art. 1354 c.c.). Dunque nulla sarebbe una condizione contraria all’art. 160 c.c., sopra indicato. E tuttavia, nella specie, essa appare pienamente conforme a tale disposizione, ove si consideri che in costanza di matrimonio (e prima della crisi familiare) opera tra i coniugi il dovere reciproco di contribuzione di cui all’art. 143 c.c.; il linguaggio comune spiega il significato ad esso attribuito dal legislatore, è la parte che ciascuno conferisce, con cui si concorre, si coopera ad una spesa, al raggiungimento di un fine. Con la contribuzione, si realizza dunque il soddisfacimento reciproco dei bisogni materiali e spirituali di ciascun coniuge, con i mezzi derivati dalle sostanze e dalle capacità di ognuno di essi.
    Può sicuramente ipotizzarsi che, nell’ambito di una stretta solidarietà tra i coniugi, i rapporti di dare ed avere patrimoniale subiscano, sul loro accordo, una sorta di quiescenza, una ‘‘sospensione” appunto, che cesserà con il ‘‘fallimento” del matrimonio, o con il venir meno, provvisoriamente con la separazione, e definitivamente con il divorzio, dei doveri o diritti coniugali. Condizione lecita, dunque, nella specie, di un contratto atipico, espressione dell’autonomia negoziale dei coniugi, sicuramente diretto a realizzare interessi meritevoli di tutela, ai sensi dell’art. 1322, secondo comma c.c. Vanno pertanto rigettati i due motivi, in quanto infondati e, conclusivamente, il ricorso stesso
    ».

    Diritto fallimentare
    Cassazione sentenza 8932/2013: Dichiarazione del  fallimento entro un anno dalla cancellazione della società
    : «Nel merito, sebbene dopo la riforma il procedimento di fallimento possa essere attivato solo su istanza dei creditori o del p.m., si deve osservare che il termine stabilito nella L. F., art. 10, non opera come un termine di prescrizione o decadenza, ma costituisce un limite oggettivo per la dichiarazione di fallimento (Cass. 28 marzo 1969, n. 998), svolgendo non tanto la funzione di tutelare i creditori rispetto all'inatteso venire meno della qualifica di imprenditore commerciale nel loro debitore, quanto la funzione di garantire la certezza delle situazioni giuridiche e l'affidamento dei terzi (altrimenti esposti illimitatamente al pericolo di revocatorie), ponendo un preciso limite temporale alla possibilità di dichiarare il fallimento di chi non è più imprenditore. In realtà, infatti, il fallimento dell'ex imprenditore non può configurarsi come una forma di eccezionale tutela dei creditori poiché risponderebbe sempre alla logica della necessità di una procedura concorsuale in presenza della molteplicità e complessità degli interessi normalmente coinvolti nel dissesto di un imprenditore commerciale, anche se cessato, a fronte della normale semplicità degli interessi coinvolti nel dissesto del debitore civile. Ciò che rileva, invece, è la scelta del legislatore di non dare seguito a detta logica, dopo un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, per la contrastante esigenza di tutelare l'affidamento dei terzi che vengono in contatto con l'ex imprenditore...........................
    Si deve, pertanto, concludere che la L. F., art. 10, con la descritta eccezione rispetto al tempo successivo al decreto L. F., ex art. 22, pone a carico del creditore che ha presentato tempestivamente istanza di fallimento il rischio della durata del procedimento per la dichiarazione di fallimento. Ciò, tuttavia, non comporta l'illegittimità della L. F., art. 10, in relazione agli artt. 3 e 24 Cost.. Da un lato, con riferimento al principio di eguaglianza, il possibile diverso trattamento dei creditori in relazione alla diversa durata del procedimento non discende dal requisito temporale prescritto dalla legge, ma dal concreto svolgersi del procedimento ed è perciò un problema di fatto irrilevante ai fini della legittimità costituzionale della norma. Con riferimento al diritto di difesa, si deve, invece, osservare che la previsione di un termine annuale rappresenta il punto di mediazione nella tutela di interessi contrapposti quali, da un lato, quelli dei creditori e, dall'altro, quello generale, e non del solo cessato imprenditore, alla certezza dei rapporti giuridici; in questo contesto è insussistente una qualsiasi lesione del diritto di difesa, tenuto conto sia dell'ampiezza del termine, sia della possibilità di informare il Tribunale di eventuali ragioni di urgenza. Il fatto che le ragioni di urgenza possano sfuggire ai creditori o al Tribunale è, ancora una volta, un problema di fatto irrilevante ai fini della valutazione della legittimità costituzionale della norma (Cass. 14 giugno 2000, n. 8099)».
     
    Società di fatto tra coniugi: estensione fallimento, Cassazione n.  16829/13: «3.- Ai fini dell'estensione del fallimento del titolare dell'impresa familiare agli altri componenti della stessa è necessario il positivo accertamento dell'effettiva costituzione di una società di fatto, attraverso l'esame del comportamento assunto dai familiari nelle relazioni esterne all'impresa, al fine di valutare se vi sia stata la spendita del "nomen" della società o quanto meno l'esteriorizzazione del vincolo sociale, l'assunzione delle obbligazioni sociali ovvero un complessivo atteggiarsi idoneo ad ingenerare nei terzi un incolpevole affidamento in ordine all'esistenza di un vincolo societario, mentre non assume rilievo univoco né la qualificazione dei familiari come collaboratori dell'impresa familiare, né l'eventuale condivisione degli utili, trattandosi d'indicatori equivoci rispetto agli elementi indefettibili della figura societaria costituiti dal fondo comune e dalla "affectio societatis". (Sez. 1, Sentenza n. 14580 del 16/06/2010).
    Per poter considerare esistente una società di fatto, agli effetti della responsabilità delle persone e/o dell'ente, anche in sede fallimentare, non occorre necessariamente la prova del patto sociale, ma è sufficiente la dimostrazione di un comportamento, da parte dei soci, tale da ingenerare nei terzi il convincimento giustificato ed incolpevole che quelli agissero come soci, atteso che, nonostante l'inesistenza dell'ente, per il principio dell'apparenza del diritto, il quale tutela la buona fede dei terzi, coloro che si comportino esteriormente come soci vengono ad assumere in solido obbligazioni come se la società esistesse. Tuttavia, in caso di società di fatto (che si assuma) intercorrente fra consanguinei, la prova della esteriorizzazione del vincolo deve essere particolarmente rigorosa, occorrendo che essa si basi su elementi e circostanze concludenti, tali da escludere che l'intervento del familiare possa essere motivato dalla "affectio familiaris", sicché, di regola,   non è di per sé sufficiente la dimostrazione di finanziamenti e/o pagamenti ai creditori dell'impresa da parte del congiunto dell'imprenditore, costituendo questi atti neutri, spiegabili anche in chiave di solidarietà familiare (Sez. 1, Sentenza n. 6770 del 26/07/1996).
    A tali principi - che il Collegio ribadisce e fa propri - si è correttamente attenuta la corte di merito nell'evidenziare che, oltre alla cointestazione di tre conti correnti affidati, utilizzati per l'esercizio dell'impresa; alla prestazione sistematica di fideiussioni a garanzia delle esposizioni dei soli conti intestati al D.L.   ; alla comproprietà della maggior parte degli immobili utilizzati nell'esercizio dell'impresa; alla costituzione di ipoteca volontaria a favore di banche creditrici e alla collaborazione prestata dalla I.         alla gestione dell'impresa, sussisteva, nella concreta fattispecie, l'esteriorizzazione del vincolo.
    In particolare, nel contratto di conto corrente stipulato dai coniugi con la Banca .... vi era menzione della "ditta ......" e nel correlato contratto di fideiussione sottoscritto da entrambi era menzionata la "....................".»

     

  • Varie

  • Cassazione 3463/2010: la liquidazione della parcella dell'avvocato: «Ben vero, per quanto attiene alla liquidazione della parcella professionale, vale osservare che non è vincolante il parere del Consiglio dell'Ordine professionale di appartenenza, che costituisce una semplice dichiarazione unilaterale, di tal che nell'ordinario processo di cognizione spetta al professionista fornire la prova dell'effettività delle prestazioni prestate e al giudice il potere-dovere di verificarne la fondatezza di fronte alla contestazione anche generica da parte del cliente (Cass. 31 marzo 2008 n. 8397)»
  • INDIRIZZO MAIL DELLO STUDIO mailto:fscata@infinito.it 

     

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    Ultimo aggiornamento: 21-04-14