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Reati edilizi, sanatoria, zona vincolata, sospensione
- SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
- Sentenza 29 febbraio - 21 maggio
2008, n. 20270
- La Corte di Appello di Palermo, con
sentenza dell'11.5.2007, confermava la sentenza 6.10.2006 del Tribunale
di Palermo - Sezione distaccata di Monreale, che aveva affermato la
responsabilità penale di A.F.P. e S.M.P. in ordine ai reati di cui:
- - alla L. n. 47 del 1985, art. 20,
lett. c), (per avere realizzato, in assenza della prescritta concessione
edilizia, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, la costruzione di
un fabbricato a due elevazioni fuori terra - acc. in (OMISSIS));
- - alla L. n. 1086 del 1971, artt. 13
e 14;
- - al D.Lgs. n. 490 del 1999, art.
163, e, riconosciute circostanze attenuanti generiche, unificati tutti i
reati nel vincolo della continuazione ex art. 81 cpv. c.p., aveva
condannato ciascuno alla pena complessiva di mesi tre di arresto ed Euro
21.000,00, di ammenda, con ordini di demolizione del manufatto abusivo e
di rimessione in pristino dello stato dei luoghi e la concessione ad
entrambi del beneficio della non menzione e di quello della sospensione
condizionale subordinato all'esecuzione effettiva degli ordini
anzidetti.
- Avverso tale sentenza hanno proposto
ricorso gli imputati, i quali - sotto i profili della violazione di
legge e del vizio di motivazione - hanno eccepito:
- - la illegittimità della mancata
sospensione del procedimento in seguito alla presentazione di domanda di
condono edilizio del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, ex art. 32,
convertito con modificazioni dalla L. 24 novembre 2003, n. 326;
- - la incongrua esclusione della
condonabilità dell'opera, pure avendo essi integralmente corrisposto la
somma dovuta a titolo di oblazione.
- Il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile, poichè manifestamente infondato.
- 1. Nella vicenda che ci occupa si
verte, infatti, in ipotesi di opera abusiva non suscettibile di
sanatoria, ai sensi del D.L. n. 269 de• 2003, art. 32, poichè si tratta
di nuova costruzione realizzata, in assenza del titolo abilitativo
edilizio, in area assoggettata a vincolo imposto a tutela degli
interessi paesistici (ipotesi esclusa dal condono dal comma 26, lett.
a), vedi, tra le molteplici e più recenti decisioni in tal senso, Cass.
Sez. 3^ 12.1.2007, n. 6431, Sicignano ed altra (con ampia confutazione
delle divergenti posizioni dottrinarie, integralmente condivisa da
questo Collegio); 5.4.2005, n. 12577, Ricci; 1.10.2004, n. 38694, Carni
ed altro; 24.9.2004, n. 37865, Musio.
- Legittimamente, pertanto, la Corte
territoriale - pure a fronte della accertata presentazione di domanda di
condono - non ha applicato la sospensione di cui alla L. n. 47 del 1985.
- Deve evidenziarsi, in proposito, che
dalla sentenza delle Sezioni Unite 24.11.1999, n. 22, ric. Sadini -
correlata al condono edilizio previsto dalla L. n. 724 del 1994, art.
39, che è norma formulata in modo speculare a quella posta dal D.L. n.
269 del 2003, art. 32, comma 25, - può razionalmente dedursi il
principio generale secondo il quale il giudice, già prima di sospendere
il processo della L. n. 47 del 1985, ex art. 44, deve effettuare un
controllo in ordine alla sussistenza delle condizioni legittimanti
l'accesso alla procedura sanante (data di esecuzione delle opere; stato
di ultimazione delle stesse secondo la nozione fornita della L. n. 47
del 1985, art. 31;
- rispetto dei limiti volumetrici;
eventuali esclusioni oggettive della tipologia d'intervento dalla
sanatoria; tempestività della presentazione, da parte di soggetti
legittimati, di una domanda di sanatoria riferita alle opere abusive
contestate nel capo di imputazione).
- L'ambito di tale potere di controllo
è strettamente connesso all'esercizio della giurisdizione penale, perchè
è il giudice che deve eseguire, in conclusione, l'indispensabile
verifica degli elementi di fatto e di diritto della causa estintiva.
Trattasi, inoltre, di compiti propri dell'autorità giurisdizionale -
conformi al dettato dell'art. 101 Cost., comma 2, art. 102 Cost., art.
104 Cost., comma 1, e 112 Cost., - che non possono essere demandati
neppure con legge ordinaria all'autorità amministrativa in un corretto
rapporto delle sfere specifiche di attribuzione.
- Diversamente opinandosi si
allungherebbero "inevitabilmente ed inutilmente i tempi del processo".
- Nel caso in cui il giudice sospenda
il processo (della L. n. 47 del 1985, ex artt. 44 o 38) in assenza dei
presupposti di legge, la sospensione è inesistente ed il corso della
sospensione non è interrotto.
- 2. La inammissibilità del ricorso non
consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione, per cui non
può tenersi conto della prescrizione dei reati scaduta in epoca
successiva (6.12.2007) alla pronuncia della sentenza impugnata ed alla
presentazione dell'atto di gravame (vedi Cass. Sez. Unite, 21.12.2000,
n. 32, rie De Luca).
- 3. Tenuto conto della sentenza
13.6.2000, n. 186 della Corte Costituzionale e rilevato che non
sussistono elementi per ritenere che "le parti abbiano proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità", alla declaratoria della inammissibilità medesima
segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., l'onere solidale delle spese del
procedimento nonchè, per ciascun ricorrente, quello del versamento di
una somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata,
in ragione dei motivi dedotti, nella misura di Euro 1.000,00.
- LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Visti gli artt. 607, 615 e 616 c.p.p..
- Dichiara inammissibile il ricorso
e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese processuali
e ciascuno di essi al versamento della somma di Euro mille/00 in favore
della Cassa delle ammende.
- Così deciso in Roma, il 29 febbraio
2008.
- Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2008.
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- Sentenza 5 marzo 2009, n. 3047
- Giudice Istruttore, in funzione di Giudice Unico, dott. Damiano Spera
- «Inoltre, recentemente la Cassazione a Sez. unite (sentenza n. 26972/2008) ha tra l’altro ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. E’ compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza».
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Patto commissorio, testamento, interpretazione Cassazione civile, II sezione, Sentenza 19 novembre 2009, n. 24450
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- Sono patti successori, da un lato, le convenzioni aventi per oggetto una vera istituzione di erede rivestita della forma contrattuale e, dall’altro, quelle che abbiano per oggetto la costituzione, trasmissione o estinzione di diritti relativi ad una successione non ancora aperta e facciano sorgere un vinculum iuris, di cui la disposizione ereditaria rappresenti l’adempimento.
- Il patto successorio, ponendosi in contrasto con il principio fondamentale (e pertanto di ordine pubblico) del nostro ordinamento della piena liberta’ del testatore di disporre dei propri beni fino al momento della sua morte, e’ per definizione non suscettibile della conversione, ex art. 1424 c.c., in un testamento, mediante la quale si realizzerebbe proprio lo scopo, vietato dall’ordinamento, di vincolare la volonta’ del testatore al rispetto di impegni, concernenti la propria successione, assunti con terzi (v. Cass., sent. n. 4827 del 1989).
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- Cassazione 3463/2010: la liquidazione della parcella dell'avvocato: «Ben vero, per quanto attiene alla liquidazione della parcella professionale, vale osservare che non è vincolante il parere del Consiglio dell'Ordine professionale di appartenenza, che costituisce una semplice dichiarazione unilaterale, di tal che nell'ordinario processo di cognizione spetta al professionista fornire la prova dell'effettività delle prestazioni prestate e al giudice il potere-dovere di verificarne la fondatezza di fronte alla contestazione anche generica da parte del cliente (Cass. 31 marzo 2008 n. 8397)»
Se viene pattuito un risultato con il cliente e l’avvocato non raggiunge il risultato promesso, non ha diritto al compenso , ovvero e ridotto - Cassazione civile , sez. II, sentenza 11.01.2010 n° 230
In giudizio possono richiedersi le spese sostenute per l'assistenza legale e tecnica nella fase stragiudiziale, sotto il profilo del danno emergente. (Cassazione 21 gennaio 2010, n. 997)
Danni ex art. 2051 - caduta moto in condominio, Cassazione, Sez. III, 18 dicembre 2009, n. 26751 “Chi proponga domanda di risarcimento dei danni da cose in custodia, ai sensi dell'art. 2051 cod. civ., in relazione alle condizioni di una strada (nella specie, danni conseguenti alla caduta da una motocicletta), ha l'onere di dimostrare le anomale condizioni della sede stradale e la loro oggettiva idoneità a provocare incidenti del genere di quello che si è verificato (nella specie, presenza di pietrisco sul fondo stradale). "È onere del custode convenuto in risarcimento, invece, dimostrare in ipotesi l'inidoneità in concreto della situazione a provocare l'incidente, o la colpa del danneggiato, od altri fatti idonei ad interrompere il nesso causale fra le condizioni del bene ed il danno”.
- Tribunale Cassino, ordinanza 02.12.2009 - in caso di notifica da parte dell'avvocato la notifica si perfeziona con la consegna al destinatario: «pertanto non può avere luogo per il notificante l'effetto anticipatorio della notifica alla data della consegna del plico all'ufficiale giudiziario prevista dall'ultimo comma dell'art. 149 c.p.c, mancando il presupposto fondamentale dell'esecuzione della notificazione ad opera dell'ufficiale giudiziario e l'esistenza di ritardi nell'avvio del procedimento notificatorio a mezzo posta per fatto ascrivibile all'ufficiale giudiziario».
Divieto della fideiussione omnibus anche per le garanzie personali atipiche: Cass. n. 1520/2010 (lettera di patronage).
ESTINZIONE DEL GIUDIZIO DI RINVIO RELATIVO AD OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO – EFFETTI CONSEGUENTI |
Le Sezioni unite hanno risolto il contrasto sul rapporto tra l’art. 393 c.p.c. e l’art. 653 c.p.c., con riferimento agli effetti conseguenti all’estinzione del giudizio di rinvio relativo ad un processo di opposizione a decreto ingiuntivo, statuendo la prevalenza del primo (con inefficacia definitiva del provvedimento monitorio) nel caso di cassazione riguardante sentenza di accoglimento (totale o parziale) dell’opposizione e la predominanza del secondo (con acquisto dell’esecutorietà definitiva da parte del decreto ingiuntivo) nell’ipotesi di intervenuta cassazione con rinvio concernente una sentenza di rigetto dell’opposizione ex art. 645 c.p.c. (da http://www.cortedicassazione.it/Notizie/GiurisprudenzaCivile) |
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Sentenza n. 17352 del 24 luglio 2009 (Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore S. Toffoli)
- PROCESSO CIVILE - PROCEDIMENTO DI NOTIFICAZIONE DEGLI ATTI - MANCATO PERFEZIONAMENTO NON IMPUTABILE AL NOTIFICANTE - RIATTIVAZIONE - CONSEGUENZE
- In tema di notificazioni degli atti processuali, qualora la notificazione dell’atto, da effettuarsi entro un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha la facoltà e l’onere – anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, atteso che la richiesta di un provvedimento giudiziale comporterebbe un allungamento dei tempi del giudizio – di richiedere all’ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio, e, ai fini del rispetto del termine, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, sempreché la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari secondo la comune diligenza per conoscere l’esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori conseguentemente necessarie".
Cass. Civ. Lavoro, 3.6.2010 n. 13452.. «L'art. 60 del R.D.L. n. 1578 del 1933, , nel disciplinare la liquidazione degli onorari, stabilisce che quando la causa risulta di facile trattazione il giudice può attribuire l'onorario in misura inferiore al minimo e, in tal caso, la decisione deve essere motivata. 8. L'esame della norma ha consentito alla giurisprudenza di questa Corte l'affermazione di due principi, ognuno distintamente violato dalla sentenza qui impugnata. Anzitutto, poichè la regola posta dalla disposizione in esame è limitativa del diritto della parte al rimborso delle spese processuali sostenute per l'affermazione del proprio diritto (cfr. art. 24 Cost., e art. 91 c.p.c.), deve ritenersi che la facoltà di scendere al di sotto dei minimi sia limitata alla sola voce, espressamente menzionata, dell'onorario (cfr., a superamento di un risalente indirizzo, Cass. n. 14070, n. 14311 e n. 18829 del 2007). In secondo luogo, il giudice ha l'obbligo di motivare espressamente la sua decisione, con riferimento alle circostanze di fatto del processo, e non può, per converso, limitarsi ad una pedissequa enunciazione del criterio legale (cfr. Cass. n. 13478 del 2006, nonchè le successive sopra citate), ovvero alla mera aggiunta di un elemento estrinseco, meramente indicativo, quale la identità delle questioni (cfr., in particolare, Cass. n. 14311 del 2007). Nè potrebbe sostenersi che il menzionato obbligo di motivazione sia venuto meno per effetto della disposizione, sopra richiamata, di cui alla L. n. 724 del 1942, art. 4, poichè questa, come s'è visto, integra la previsione di riduzione degli onorari contenuta nell'art. 60, in esame, e dunque presuppone che tale riduzione sia stata motivata (cfr. Cass. n. 27804 del 2008)».
Tribunale di Varese ordinanza 1.10.2009. «Tanto è in linea con l'architettura del processo civile: nel dialogo processuale che precede la trattazione, le parti, con le reciproche contestazioni, delimitano il thema probandum e, dunque, preparano il terreno su cui verranno ad innestarsi le memorie ex art. 183, comma VI, c.p.c. E', dunque, solo in quel momento - e non prima - che si apre il confronto sul terreno probatorio»
Offese negli scritti difensivi, competenza. Cassazione sentenza n. 5062/2010. «Competente ad accertare e liquidare il danno derivante dall'uso di espressioni offensive contenute negli atti del processo, ai sensi dell'art. 89 cod. proc. civ., è di norma lo stesso giudice dinanzi al quale si svolge il giudizio nel quale sono state usate le suddette espressioni. A tale competenza, tuttavia, è necessario derogare quando il giudice non possa, o non possa più, provvedere con sentenza sulla domanda di risarcimento, il che accade, in particolare, nei seguenti casi: A) quando le espressioni offensive siano contenute in atti del processo di esecuzione, che per tale sua natura non può avere per oggetto un'azione di cognizione e quindi destinata ad essere decisa con sentenza; B) quando siano contenute in atti di un processo di cognizione che però, per qualsiasi motivo, non si concluda con sentenza (come nel caso di estinzione del processo); C) quando i danni si manifestino in uno stadio processuale in cui non sia più possibile farli valere tempestivamente davanti al giudice di merito (come nel caso in cui le frasi offensive siano contenute nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado); D) quando la domanda di risarcimento sia proposta nei confronti non della parte ma del suo difensore.»
- L'avvocato risponde della scelta processuale errata (giudizio ordinario invece di decreto ingiuntivo per il pagamento di compensi di un architetto
- Corte di Cassazione sentenza n. 17506 del 26 luglio 2010.
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Contratti - Azione di
risarcimento e azione di recesso - Risarcimento e caparra confirmatoria
Sentenza della Cassazione a SS.UU. n.
553 del 14.1.2009
- Principi
di diritto in motivazione
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"4.7. - Vanno,
pertanto, affermati (a soluzione delle questioni proposte supra, sub 2.1)
i seguenti principi di diritto:
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a) I rapporti tra
azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione
di recesso e di ritenzione della caparra dall'altro si pongono in termini
di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale: proposta la domanda
di risoluzione volta al riconoscimento del diritto al risarcimento
integrale dei danni asseritamente subiti, non può ritenersene consentita
la trasformazione in domanda di recesso con ritenzione di caparra perché
(a prescindere da quanto già detto e ancora si dirà di qui a breve in
ordine ai rapporti tra la sola azione di risoluzione e la singola azione
di recesso non connesse alle relative azioni "risarcitorie") verrebbe così
a vanificarsi la stessa funzione della caparra, quella cioè di consentire
una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare
l'instaurazione di un giudizio contenzioso, consentendosi
inammissibilmente alla parte non inadempiente di "scommettere" puramente e
semplicemente sul processo, senza rischi di sorta;
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b) L'azione di
risoluzione avente natura costitutiva e l'azione di recesso si
caratterizzano per evidenti disomogeneità morfologiche e funzionali: sotto
quest'ultimo aspetto, la trasformazione dell'azione risolutoria in azione
di recesso nel corso del giudizio lascerebbe in astratto aperta la strada
(da ritenersi, invece, ormai preclusa) ad una eventuale, successiva
pretesa (stragiudiziale) di ritenzione della caparra o di conseguimento
del suo doppio (con evidente quanto inammissibile rischio di ulteriore
proliferazione del contenzioso giudiziale);
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c) Azione di
risoluzione "dichiarativa" e domanda giudiziale di recesso partecipano
della stessa natura strutturale, ma, sul piano operativo, la
trasformazione dell'una nell'altra non può ritenersi ammissibile per i
motivi, di carattere funzionale, di cui al precedente punto b);
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d) La rinuncia
all'effetto risolutorio da parte del contraente non adempiente non può
ritenersi in alcun modo ammissibile, trattandosi di effetto sottratto, per
evidente voluntas legis, alla libera disponibilità del contraente stesso;
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e) I rapporti tra
l'azione di risarcimento integrale e l'azione di recesso, isolatamente e
astrattamente considerate, sono, a loro volta, di incompatibilità
strutturale e funzionale;
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f) La domanda di
ritenzione della caparra è legittimamente proponibile, nell'incipit del
processo, a prescindere dal nomen iuris utilizzato dalla parte
nell'introdurre l'azione "caducatoria" degli effetti del contratto: se
quest'azione dovesse essere definita "di risoluzione contrattuale" in sede
di domanda introduttiva, sarà compito del giudice, nell'esercizio dei suoi
poteri officiosi di interpretazione e qualificazione in iure della domanda
stessa, convertirla formalmente in azione di recesso, mentre la domanda di
risoluzione proposta in citazione, senza l'ulteriore corredo di
qualsivoglia domanda "risarcitoria", non potrà essere legittimamente
integrata, nell'ulteriore sviluppo del processo, con domande
"complementari", né di risarcimento vero e proprio né di ritenzione della
caparra, entrambe inammissibili perché nuove."
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Corte di Appello di Perugia con la sentenza del
24.11.2008 «Stando
alla nuova impostazione unitaria del danno non patrimoniale dettata
dalle Sezioni Unite, nessuno spazio sembra essere riservato, sul piano
liquidatorio alle voci di pregiudizio “degradate”.
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Peraltro, tale “degradazione”, se ben
si è inteso il senso dell’ “arresto”, rileva unicamente sul piano
nominale.
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E’ da ritenere, invero, dato certo ed
inoppugnabile che ai fini liquidatori tutti i pregiudizi devono venire
in rilievo, al fine di garantire il risarcimento integrale, essendo
stato ribadito che il giudice deve “procedere ad adeguata
personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando
anche le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde
pervenire al ristoro del danno nella sua interezza".
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Se pure “la parte del leone” è
riservata al danno biologico, al danno biologico stesso è attribuita
la “capacità di ricomprendere (con il corredo di una
contabilizzazione riferita alle pieghe ripercussionali concretamente
determinatesi), il pregiudizio morale e quello esistenziale:
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* il primo se ed in quanto venga
allegato e riscontrato quale degenerazione patologica della
sofferenza, ovverosia sofferenza di natura psichica;
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* il secondo … andando a comporre e a
riempire la casella del biologico dinamico. In altri termini; allorché
l'evento lesivo produca conseguenze pregiudizievoli sia sull'integrità
psico-fisica, sia ancora sulla sfera dinamica della persona, la voce
di danno da liquidarsi sarà, pur sempre, quella biologica ma con una
personalizzazione doverosa, tale da coprire entrambe le faglie
sofferenziali (quella biologica statica e quella biologica dinamica,
ovverosia esistenziale)
(dottrina - n.d.e.)”.
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I citati “arresti” giurisprudenziali
non determinano, dunque, una deminutio di tutela, bensì una
visione prospettica di questa diversa.
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Al danno biologico va riconosciuta
portata tendenzialmente onnicomprensiva, così come confermato, secondo
le pronunce delle Sezioni Unite, dalla definizione normativa adottata
dagli articoli 138 e 139 del d.lgs. 7 settembre 2005 n. 209 con
riferimento ai danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore
e dei natanti, da estendere ai danni (meritevoli di tutela) derivanti
da qualsiasi altra fonte.
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Resta il problema di individuare i
criteri risarcitori cui ancorare la liquidazione del danno non
patrimoniale.
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5.3 In ordine ai criteri di
liquidazione del danno non patrimoniale, in giurisprudenza è stato
costantemente affermato il principio che la stessa non possa essere
compiuta se non con criteri equitativi (in quanto i danni in esame,
privi delle caratteristiche della patrimonialità, non si prestano ad
una precisa determinazione del loro ammontare mediante criteri
obiettivi), tenendo, tuttavia, conto di tutte le particolarità e
circostanze del caso concreto, in modo da garantire l’ “adeguatezza”
del risarcimento alla fattispecie (si vedano, in tal senso, fra le più
recenti pronunce ed ex multis, Cass. 12 maggio 2006 n. 11039;
Cass. 25/08/2006 n. 18489; Cass. 11 gennaio 2007 n. 392; Cass. 29
marzo 2007 n. 7740).
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In giurisprudenza è stato, inoltre, con
altrettanta costanza, affermato, che, al fine di assicurare, quanto
più possibile, uniformità di trattamento con riguardo a vicende della
medesima natura e per evitare che la valutazione inevitabilmente
equitativa del danno non patrimoniale venga ad assumere connotazioni
ogni volta diverse ed imprevedibili, suscettibili di apparire
arbitrarie, deve ritenersi “non improprio” liquidare le suddette
specie di danno sulla base di parametri tendenzialmente uniformi,
ricorrendo, per la determinazione dei relativi quanta,
all’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le
cosiddette “tabelle”.
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Beninteso, ciò dovrà sempre avvenire al
di fuori di ogni automatismo, dovendosi ognora “adeguare” il risultato
dell’applicazione alla fattispecie, attuando una sorta di
“personalizzazione” del danno, tenendo cioè conto delle peculiarità
del caso concreto e della reale entità del danno, apportando, se del
caso, correttivi in aumento o in diminuzione rispetto al quantum
determinato con il metodo tabellare (si vedano, in tal senso, fra
le più recenti pronunce ed ex multis, nonché quelle appena
sopra citate, Cass. 3 agosto 2005 n. 16225; Cass. 12 luglio 2006 n.
15760; Sez. 3, Sentenza n. 18489 del 25/08/2006, Cass. 9 novembre 2006
n. 23918; Cass. 11 gennaio 2007 n. 392; Cass. Cass. 25 maggio 2007 n.
12247).
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Si verte in una materia che non può
tollerare differenziazioni di trattamento a seconda della collocazione
geografica del danneggiato.
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Di guisa che, fermi restando gli
“adeguamenti” determinati dalle “peculiarità” del caso concreto,
appare opportuno adottare, ai fini di “nostro” interesse, quale
parametro base, le “tabelle” statisticamente maggiormente testate,
vale a dire quelle del Tribunale di Milano.
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D’altronde, tali “tabelle” sono quelle
che sino ad oggi sono state normalmente applicate nel territorio di
questo distretto».
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Ricorso cassazione- contenuto - art. 366 n. 3 cpc - Esposizione sommaria dei fatti - Cassazione civile, sez. II, 23 marzo 2009, n. 6987.
"Ciò posto, per consolidata giurisprudenza di legittimità (vedi tra la tante Cass. n. 16315/2007), ai fini della sussistenza del requisito dell'esposizione sommaria dei fatti di causa, prescritto a pena di inammissibilità per il ricorso per cassazione dall'art. 366 c.p.c., è necessario che nel contesto dell'atto d'impugnazione si rinvengano gli elementi indispensabili perchè il giudice di legittimità possa avere, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, una chiara e completa visione dell'oggetto dell'impugnazione, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti; in altri termini, è indispensabile che dal contesto del ricorso sia possibile desumere una conoscenza del "fatto", sostanziale e processuale, sufficiente per intendere correttamente il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia oggetto d'impugnazione."
- Nomina sostituto processuale: La Cassazione sez. II penale, con la sentenza 12-30 novembre 2009, n. 45837, ha di nuovo precisato che il difensore impegnato in altro processo d eve non solo comunicare tale impedimento, ma anche motivare perchè non possa nominare un sostituto.
- Multe, mancata convocazione dal Prefetto: Cassazione S.U. Sentenza n. 1786 del 28 gennaio 2010. Risolvendo un contrasto di giurisprudenza, concernente la portata del sindacato del giudice dell’opposizione sull’ordinanza ingiunzione, rispetto al difetto di motivazione di questa in riferimento alle deduzioni difensive dell’interessato in sede amministrativa, le S.U. hanno affermato che tali vizi di motivazione non comportano la nullità dell’ordinanza ingiunzione. Inoltre, la Corte, nell’ambito della portata centrale attribuita al giudizio di opposizione come giudizio sul rapporto e non sull’atto, ha affermato, mutando un precedente consolidato indirizzo delle sezioni semplici, che la mancata audizione dell'interessato che ne abbia fatto richiesta in sede amministrativa non comporta la nullità dell'ordinanza ingiunzione
- Cass. n. 698/2010: in mancanza di autotutela, la pubblica amministrazione deve risarcire i danni: “Questa Corte ha già avuto occasione di pronunciarsi sul punto, con riferimento ad un caso simile a quello di specie, ed ha affermato che può essere riconosciuto il risarcimento del danno sopportato da un soggetto per ottenere l'annullamento di un provvedimento amministrativo in sede di autotutela (danno consistente nelle spese legali sostenute per proporre ricorso contro l'atto illegittimo), non essendo esclusa la qualificazione di tali spese come danno risarcibile, per il solo fatto che esse si riferiscono ad un
procedimento amministrativo (Cass. civ., Sez. I, 23 luglio 2004, n. 13801)”.
- Polizza fideiussoria e fideiussione. Le Sezioni Unite, pronunciandosi sulla natura delle polizze fideiussorie prestate a garanzia delle obbligazioni assunte dall’appaltatore, hanno ritenuto che l’inserimento nel contratto di una clausola “a prima richiesta e senza eccezioni” valga di per sé a qualificare il negozio come contratto autonomo di garanzia e che, in tal caso, non si applichi la norma di cui all’art. 1957 c.c. sull’onere del creditore garantito di far valere tempestivamente le sue ragioni nei confronti del debitore principale. Sentenza n. 3947 del 18 febbraio 201
- Sentenza n. 9363/2010: « ...."Il capo di una sentenza relativo alla condanna al pagamento di una somma di denaro, è provvisoriamente esecutivo, pur se acceda a pronunce di accertamento o costitutive, o comunque non suscettibili di immediata esecutività".
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- Sentenza Cassazione S.U. n. 4077/2010 - é annullabile l'ipoteca iscritta da Equitalia per importi inferiori ad euro 8.000=: «....basta rilevare che rappresentando un atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, anche l’ipoteca soggiace al limite per essa stabilito, nel senso che non può essere iscritta se il debito
del contribuente non supera gli 8.000,00 euro».
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- Cassazione civile , SS.UU., sentenza 15.06.2010 n° 11567 - Necessaria la procura scritta per la dififda ad adempiere ex art. 1454 c.c.
- Le norme che vengono in considerazione sono gli artt. 1454, 1324 e 1392 c.c., che rispettivamente dispongono: - “Alla parte inadempiente l’altra può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s’intenderà senz’altro risoluto... Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto, questo è risoluto di diritto”; - “Salvo diverse disposizioni di legge, le norme che regolano i contratti si osservano, in quanto compatibili, per gli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale”; - “ La procura non ha effetto se non è conferita con le forme prescritte per il contratto che il rappresentante deve concludere”.
- La diffida ad adempiere va certamente compresa tra gli atti equiparati ai contratti, data la sua natura prettamente negoziale: si tratta di una manifestazione di volontà consistente nell’esplicazione di un potere di unilaterale disposizione della sorte di un rapporto, di per sé idonea a incidere direttamente nella realtà giuridica, poiché dà luogo all’automatica risoluzione ipso iure del vincolo sinallagmatico, senza necessità di una pronuncia giudiziale, nel caso di inutile decorso del termine assegnato all’altra parte. È pertanto soggetta alla disciplina dei contratti, e in particolare a quella della rappresentanza, compresa la norma che estende alla procura il requisito di forma prescritto per il relativo negozio: norma la cui applicazione non è impedita da alcuna incompatibilità né dall’esistenza di una qualche diversa disposizione. Poiché dunque la diffida deve essere rivolta all’inadempiente “per iscritto”, è indispensabile che la procura per intimarla venga rilasciata in questa stessa forma dal creditore al suo rappresentante, indipendentemente dal carattere eventualmente “solenne” della forma richiesta per il contratto destinato in ipotesi a essere risolto (carattere peraltro presente nella specie, dato che a norma dell’art. 1543 c.c. “la vendita di un’eredità deve farsi per atto scritto, sotto pena di nullità” e nella successione del de cuius erano compresi anche beni immobili). Non contrastano con questa comunque ineludibile conclusione i precedenti della giurisprudenza di legittimità (Cass. 25 marzo 1995 n. 3566, 26 marzo 2002 n. 4310) nei quali si è fatto cenno alla possibilità che la diffida ad adempiere venga “fatta nella forma più idonea al raggiungimento dello scopo”, ma esclusivamente con riferimento alle modalità della sua trasmissione e senza affatto disconoscere che debba rivestire forma scritta.
- Il principio da enunciare è quindi: “La procura relativa alla diffida ad adempiere di cui all’art. 1454 c.c. deve essere rilasciata per iscritto, indipendentemente dal carattere eventualmente solenne della forma richiesta per il contratto destinato in ipotesi ad essere risolto”.
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Requisiti per la fallibilità, onere prova - Sentenza cassaione 13086/2010.
- E' onere del creditore provare il proprio credito e la qualità di imprenditore del debitore. Quest'ultimo deve provare, per non fallire, il superamento congiunto delle soglie dimensionali prescritte dall'art. 1 della legge fallimentare. Il Tribunale può assumere informazioni urgenti utili al completamento del bagaglio istruttorio e non esclusivamente strumentali alla sola adozione di eventuale misura cautelare ai sensi dell'art. 15, comma 4 in coerenza con la natura del procedimento, che, come affermato in dottrina, essendo espressione di giurisdizione oggettiva in quanto incide su diritti soggettivi consacrandone il potere dispositivo delle parti ma nel contempo tutela interessi di carattere generale, ha attenuato, ma senza eliminarlo, il suo precipuo carattere inquisitorio.
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